La storia di Marianna Manduca

La Corte di Cassazione a breve si pronuncerà sul ricorso presentato per l’annullamento

Giustizia_7_3_2020.jpg

cms_16443/apertura.jpgLo scalpore determinato da alcuni servizi televisivi recenti circa la storia di Marianna Manduca ci sollecita a proporre l’esame di una sentenza, precisamente la 198 del 2019 emessa dalla Corte di Appello civile di Messina. La Corte di Cassazione a breve si pronuncerà sul ricorso presentato per l’annullamento di tale provvedimento su istanza dei figli della donna uccisa nel giugno del 2007 in provincia di Catania dal compagno e padre dei ricorrenti, Saverio Nolfo. La Corte di Appello, ribaltando la sentenza di primo grado, ha ritenuto infatti che non spettasse alcun risarcimento ai figli e ha quindi aperto la strada per la restituzione della somma nelle more pagata dallo Stato e investita dagli aventi diritto in una struttura ricettiva da cui traggono il sostentamento. Va precisato che la donna aveva querelato dodici volte il compagno per molestie e violenze senza che fosse stato preso alcun provvedimento nei confronti dello stesso da parte dell’Autorità Giudiziaria e, quindi, la contestazione sfociata in un giudizio lunghissimo ha riguardato la responsabilità del Procuratore della Repubblica di Caltagirone e dei suoi Sostituti in quanto le omissioni di iniziative avrebbero provocato il femminicidio. Va altresì detto che, per effetto di una legge del 1988, relativa alla responsabilità dei Magistrati, chi paga per le loro eventuali mancanze è lo Stato, il che spiega il motivo per cui la convenuta nella vicenda processuale di primo grado è stata la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il ragionamento della Corte d’Appello è abbastanza lineare poiché parte dall’assunto che, contrariamente a quanto sostenuto dal Giudice di primo grado, fossero state attuate le iniziative che al tempo la legge consentiva e che altre possibili iniziative, quali il sequestro di un coltello, non avrebbero impedito il proposito criminoso del Nolfo che non era occasionale ma ben radicato. Difatti all’epoca mancavano quegli strumenti che poi sarebbero stati previsti dalla legge sullo stalking. Sarebbe pertanto carente il nesso di causalità tra il comportamento dell’Autorità Giudiziaria e l’evento patito dalla sfortunata Marianna. La Corte di Appello ha errato, a nostro avviso, poiché le pressioni sull’uomo da parte degli inquirenti con ogni mezzo consentito è stato troppo blando e se meglio fossero state arginate le intemperanze ossessive di costui, c’è la ragionevole probabilità di ritenere che non l’avrebbe uccisa. In ogni caso, tempi enormemente dilatati, ribaltamento di sentenze, singolare posizione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’attenzione dei media costituiscono dati da cui trapelano tutte in una volta le contraddizioni di un sistema. Una legge sulla responsabilità dei Magistrati più volte criticata perché tacciata di aver di fatto tradito il referendum che l’aveva voluta, tredici anni (ad oggi) di lite giudiziaria, Giudici di merito che esaminano gli stessi dati di fatto e giungono a decisioni diametralmente opposte, Presidenza del Consiglio dei Ministri che per il suo ruolo di responsabile pagante per le eventuali malefatte dei Magistrati prende le loro parti secondo la logica del “a prescindere” e si oppone ai cittadini, media che decidono a seconda dei casi di affiancarsi a questi cittadini in concomitanza dello scadere del termine per il deposito della sentenza in modo da fare pressione su chi decide, anche se a fin di bene. Non è il migliore dei mondi, ma, per un momento anche senza guardare l’aspetto tecnico della questione, ci auguriamo comunque che la Corte di Cassazione ribalti a sua volta la decisione della Corte di Appello, perché l’impronta che lascerebbe sarebbe orribile sotto ogni profilo.

Nicola D’Agostino

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