Le mezze (gravi) verità di Menlo Park: Facebook può essere dannoso

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Sembra proprio che gli attacchi verbali da parte di molte gole profonde al palazzo di Menlo Park qualche risultato lo abbiano sortito, nonostante i colpevoli silenzi nelle agende di molti telegiornali e radiogiornali, ovvero in quelli che vengono definiti gli old media. Facebook è dovuto ricorrere ai ripari dopo le dure dichiarazioni ricevute negli ultimi tempi da parte di suoi ex dirigenti e responsabili, e si è trovato con le spalle al muro di fronte a una semplice ma lapidaria domanda: l’uso del social più famoso nel mondo può avere conseguenze negative sui suoi numerosissimi utenti? La risposta proveniente dalle alte stanze del potere socievole sembra fornire un’ammissione parziale: “Se utilizzato con una frequenza molto alta, può avere delle ripercussioni negative, sia sull’individuo che sulla società”.

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La risposta per la verità un po’ tardiva, arriva doverosa dopo, ricordiamo, le pesanti dichiarazioni degli ultimi mesi da parte di ex dirigenti di Facebook, come Sean Parker, ex presidente, e Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente per la crescita degli utenti, a cui si è poi aggiunto Antonio Garcia-Martinez, anche lui ex manager del social network più famoso e diffuso al mondo, tutti concordi nell’affermare che sì, Facebook fa male. La controreplica da parte di Facebook arriva attraverso un lungo articolo in cui ci si affretta a replicare che il social si offre ai suoi sterminati utenti con un duplice effetto, ovvero può rivelarsi sia buono che cattivo verso i propri iscritti, i quali però da parte loro hanno una colpa implicita, cioè quella di trascorrere troppo tempo assorbendo passivamente le informazioni, leggendo ma non interagendo in nessun modo con gli altri. Agli aspetti negativi, ricordiamo causati dall’uso improprio degli utenti, Facebook fa notare come ve ne siano però di altri comunque altamente positivi nella vita delle persone, come la possibilità per esempio di interagire con un grande numero di persone e di creare con esse un enorme senso di comunità.

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Infine nel post redatto da due ricercatori, Ginsberg e Burke, vi è una specie di chiusa e di impegno morale in cui i due portavoce del colosso californiano spiegano che l’impegno costante di Facebook è di creare un posto dove alimentare online le interazioni reali con amici e familiari. La responsabilità di provocare effetti negativi non ricadrebbe dunque sul social in sé e per sé, ma sull’uso sbagliato che spesso se ne fa, e quindi la colpa sarebbe degli utenti, nel consumo passivo che essi fanno di Facebook a cui gli iscritti devono controbattere con maggiore interazione sempre però sullo stesso social. Tra accuse e difese di ufficio, rimane chiaro che tutto dipenda da come la tecnologia, in particolar modo quella di ultima generazione, viene usata; tutto rimane nelle mani dell’essere umano e di come quest’ultimo usa e spesso abusa dei potenti mezzi che si ritrova tra le mani. Nel mondo dei social media però qualcosa negli ultimi anni sembra essere cambiato, a partire dalle elezioni presidenziali del 2016 quando l’immagine di Facebook non ne è uscita nel migliore dei modi per come ha gestito la propaganda. L’esigenza di esporsi a spiegare e, quasi, a scusarsi di come le cose stiano andando nel mondo delle relazioni tra gli utenti a causa dell’invasiva presenza di Facebook nelle loro vite, attesta ciò che già Morozov e dopo di lui altri hanno scritto in molte pagine dei loro libri, ovvero che il mondo come lo avevamo inteso prima dell’avvento della rete non è più al sicuro da attacchi contro la privacy e l’incolumità della nostra psiche.

Andrea Alessandrino

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