Libia, tensione tra Turchia ed Egitto

Divisi tra le opposte fazioni in campo

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La situazione sul suolo libico concentra un livello massimo di tensione nell’area del Mediterraneo, alla stregua del recente susseguirsi di fatti che avrebbero coinvolto Turchia ed Egitto, lasciando alludere ad una pericolosa escalation. La scissione del paese in due fazioni, infatti, con da una parte l’autoproclamato esercito libico, guidato dal generale Khalifa Haftar, e dall’altra il governo di Fayez al-Serraj, voluto dalle Nazioni Unite, sotto l’acronimo di “Gna”, Governo di accordo nazionale, non ha di certo lasciato indifferenti non solo i paesi limitrofi, ma anche le potenze a livello internazionale, che nonostante la destabilizzazione a cui il paese fa fronte dal 2011, si sono sempre preoccupate di garantirsi gli antichi interessi. Al centro dello scacchiere, però, si profila la sfida diretta tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il leader egiziano, il generale Abdel Fattah al-Sisi, sostenitori delle due fazioni libiche opposte; il primo, a supporto del Governo di accordo nazionale libico, ha per anni coadiuvato l’azione militare dell’esercito di al-Serraj, inviando un contingente importante di truppe ed aerei pilota, che avrebbero svolto un ruolo determinante nel confronto con la rapida avanzata di Haftar verso la Tripolitania; mentre l’egiziano al-Sisi, è da sempre stato un punto di riferimento per le forze golpiste, le quali già dal principio, dalle prime avvisaglie dei venti di rivolta, prima di arrivare ad istituire un governo indipendente a Tobruk, aveva conquistato la simpatia di Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita, Francia, Israele e Russia.

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Il controverso appoggio francese, inoltre, manifestatosi in passato anche con il rifiuto del paese di accettare la risoluzione europea volta a disporre un intervento per l’immediata interruzione dell’avanzata di Haftar, è da far risalire agli interessi in gioco legati al territorio libico, tra cui si potrebbe dedurre anche un’implicita intenzione di intaccare il predominio italiano sulla gestione delle risorse petrolifere del paese. Infatti, risale agli ultimi giorni l’incontro circa la perdurante questione del blocco della produzione petrolifera in Libia, che ha visto la partecipazione di Stephanie Williams, che dallo scorso marzo guida la missione Unsmil in Libia, e l’intervento del presidente della National Oil Corporation libica, Mustafa Sanalla. Intanto, vista la preoccupazione destata dal dossier libico, con i suoi recenti sviluppi, l’Italia nel suo ruolo da mediatore, ha organizzato una riunione a livello tecnico, chiamando a partecipare alla discussione: Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Egitto e Eau (formato “P3+3”), con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra i paesi maggiormente coinvolti.

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Naturalmente, l’attenzione oggi si concentra sulle dichiarazioni di Ankara, in seguito al via libera da parte del Parlamento egiziano all’eventuale intervento in Libia in difesa del maresciallo Khalifa Haftar. "Non tollereremo azioni sconsiderate", ha affermato il capo di Stato turco durante il suo intervento di relazione sui due anni di governo. "Abbiamo costretto i golpisti a ritirarsi dalla capitale. Stiamo seguendo alcuni sviluppi recenti, nessuno faccia azioni sconsiderate, anche perché non lo permetteremo", in riferimento esplicito alla posizione assunta dall’Egitto. Tali dichiarazioni, sarebbero poi state seguite dalle altrettanto drastiche parole pronunciate dal Ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu: "Tutti coloro che hanno preferito la via delle armi in Libia sono stati sconfitti sul campo. L’unica via per la crisi libica è quella che passa per una soluzione politica". D’altro canto, il parlamento di Tobruk, della fazione est, fa sapere di essere pronto all’intervento militare in caso di minaccia, per proteggere Sirte e la Cirenaica. Da monitorare, anche i movimenti delle navi turche, intercettati dalla marina greca nelle acque dell’Egeo.

Federica Scippa

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