Lo SGUARDO della DEA

Il paesaggio metropolitano di Roma

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Il territorio dell’area metropolitana a sud di Roma è un insieme di municipi, comuni, province che hanno fatto a pezzi una realtà geografica che è naturalmente un unico comprensorio. Anche i piani paesistici della regione Lazio sono stati fatti come se le divisioni amministrative facessero parte della natura delle cose. Sono spariti così, nei dintorni di Roma, fondamentali realtà geologiche e grandi bacini idrografici come quelli del fiume Incastro e del fiume Astura che nessuno conosce e nessuno cura perché fanno parte di province diverse. Gran parte della popolazione romana vive in questa periferia dentro e fuori il Grande Raccordo Anulare, mentre il centro storico di Roma, sempre più spopolato, è ridotto ad un turistificio alla costante ricerca di grandi eventi.

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La mancanza di una visione d’insieme che permetta di comprendere questa realtà territoriale ricorda la famosa storiella dei Pigmei che avevano visto nella foresta qualcosa di straordinario su quattro grandi colonne senza riuscire a capire che era un elefante.

Se il territorio non diventa paesaggio, cioè una cosciente e consapevole visione d’insieme di tutte le sue componenti geografiche e storiche, il risultato è la disgregazione sociale, lo sradicamento e la mancanza di un senso di appartenenza che impedisce qualsiasi forma di valorizzazione nell’interesse generale.

Una visione paesaggistica è necessaria non solo per orientarsi nello spazio, ma anche per sapere dove siamo e chi siamo. Gli antichi Romani, ad esempio, si orientavano guardando un punto dell’orizzonte che è visibile, ancora oggi e nonostante tutto, da ogni parte di Roma. Questo punto si trova sulla cima del più grande vulcano italiano e corrisponde a Monte Cavo (mons Albanus) dove il poeta Virgilio, duemila anni fa, immaginò “Lo SGUARDO della DEA”.

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La spina centrale del Circo massimo di Roma era allineata con monte Cavo che orientava anche la Forma Urbis della città antica. Monte Cavo era la montagna sacra dei popoli latini dove ogni anno si celebrava la più grande festa etnica della latinità in onore di Giove Laziale: le FERIE LATINE.

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L’orientamento di Roma era legato all’identificazione di un centro naturale o VULCANO LAZIALE che costituiva il nucleo generatore del territorio. Il significato di questa scelta è chiaro: prima della Storia c’è la Natura che Virgilio definiva come “l’antica madre”.

Il grande Vulcano laziale, identificato parzialmente con i Castelli romani o i Colli Albani, è la realtà geologica fondamentale, unificante e complessiva del paesaggio metropolitano di Roma. I famosi sette colli di Roma, sulla riva sinistra del Tevere, si trovano alle pendici di questo Vulcano che ha formato anche il territorio di Pomezia, di Ardea, di Aprilia.

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E’ alto quasi mille metri e si estende per oltre 1500 chilometri quadrati, ma nonostante ciò il Vulcano Laziale è una presenza inosservata e generalmente ignorata con la conseguenza di sottovalutare le sua grande bellezza e le sue continue manifestazioni naturali. Lo SGUARDO della DEA corrisponde ad un meraviglioso punto panoramico che si trova nel recinto del cratere più antico, a forma di ferro di cavallo con l’apertura verso il mare, dove ci sono i laghi di Albano e di Nemi.

Giosuè Auletta

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