MA LE PERSONE NON CROLLANO

La forza della comunità contro la deteriorabilità delle cose.

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Un’altra scossa di terremoto, una nuova ferita sul centro Italia, altre voci angosciate nella notte. Uno sciame sismico diranno i geologi, terremoto diranno i media, mentre il Governo parla di tragedia miracolosa, che non ha lasciato vittime sotto le macerie. Da agosto la nazione è stata colpita al cuore, fisicamente, colpita dalla natura che non segue né i bilanci né la politica, che non rispetta le ferie e il maltempo, una natura che fa tremare i muri di case e chiese e le gambe delle persone. Ma mentre i muri poi crollano le persone no, e più sono coinvolte, sconvolte, travolte, più cercano di sostenersi le une con le altre. Esistono realtà dove non ci sono eroi ma persone comuni, spesso anziane, perché i giovani se ne vanno in cerca di speranza, e questi sopravvissuti al tempo si danno forza, si aiutano, si cercano.

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Le immagini televisive ci hanno mostrato spesso questi nonni d’Italia mentre parlavano della loro vita sepolta da tonnellate di cemento e polvere, con una forza che non ha nulla a che vedere con il vigore fisico ma piuttosto con la certezza che il peggio va affrontato come si è sempre fatto, contando su se stessi e sulla comunità. Ecco, il senso di comunità fa sì che i posti flagellati dalle scosse continuino a vivere nonostante i crolli, perché è l’appartenenza a ricordarci chi siamo, perché ci siamo, perché lottiamo. Non è solo l’impegno di vivere, perché se così fosse allora basterebbe accontentarsi di un’abitazione nuova, come è accaduto per i cittadini de L’Aquila, che nelle nuove case ci hanno messo la testa ma non il cuore, non l’anima. Quella è rimasta assieme ai ricordi, pezzi di vita frammentati eppure non del tutto dispersi in un oceano di detriti e dolore. Gli angoli scomparsi delle piazze continuano a sopravvivere negli occhi delle persone, così come i negozi, le panchine. L’appartenenza lega, anche se spesso bisogna essere sradicati a forza per ricordarlo, persi dietro le abitudini e le consuetudini, in cerca di contatti virtuali, ma distanti dalle vite reali. Ed è per questo che chi vive nelle grandi città non potrà mai comprendere appieno il dramma che vivono i superstiti di quei borghi martoriati, a meno che da quei posti non si provenga. Chi siede dietro una scrivania parlando di ricostruzione, dimentica che non potrà mai restituire il sudore, le lacrime, la gioia che stavano tra la malta e le pietre.

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Chi si riempie la bocca parlando di tempi brevi, forse dovrebbe pensare ai tempi infiniti legati alla messa in sicurezza di certe strutture. La Basilica di San Benedetto a Norcia non poteva essere salvata, nonostante le ispezioni fossero iniziate già 24 ore dopo la scossa del 26 agosto, perché sarebbe stato rischioso per le persone. Ed è vero, lo hanno confermato anche i Vigili del Fuoco, ma nessuno vuole chiedere perché non si sia pensato ad un intervento preventivo, per quella basilica e per tutti gli altri luoghi storici, perché la risposta sarebbe la stessa, non ci sono le risorse. Meglio vivere pensando alle emergenze in atto, a nuvole d’oro e ponti immaginari piuttosto che mettere
mano ai tesori lasciati dai nostri avi.

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Ma per fortuna i muri cedono mentre le persone non crollano, non si lasciano abbattere, e non tengono conto delle parole di chi atterra con l’elicottero per portare abbracci istituzionali. E se è vero che la collina dell’infinito, a Recanati, è stata lesionata, non per questo si smetterà di osservare il cielo e le stelle, dall’esterno di una tenda di fortuna. Perché si è certi di non essere rimasti soli, di fare parte di un qualcosa che va oltre una certificazione anagrafica, specialmente per chi ha scelto di restare in luoghi dove il tempo sembra rimettersi in moto solo quando arriva l’estate oppure a Natale.

Paolo Varese

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