MA NON SPETTA SOLO A DIO STACCARE LA SPINA DELLA VITA???

UN TRIBUNALE UMANO HA DECISO LA MORTE DEL PICCOLO CHARLIE GARD

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Che cosa ne è dell’aspettativa di salvaguardia del bene primario della vita? Alla luce di drammi e tragedie che attualmente turbano le coscienze davanti alla prospettiva di vedersi tacitate da una “legalità arbitra di vita o di morte”; ci si interroga sulla deriva dell’onere di somma tutela dell’esistenza che, svincolato dal contrario potere di “condanna a morte” di cui in tempi primitivi si riteneva depositario chi avesse lo scettro di supremo comando, di mano in mano è stato riversato in istituzioni sempre più civilizzate sino ai moderni consessi giudiziari ideati su regole di ritenuta democrazia.

cms_6856/2.jpegMa proprio lì, attualmente, sembra essersi ricongiunto anche l’antico potere di decidere per il “fine vita” di chi risulti affetto da male al momento incurabile; pertanto, mentre in tempi remoti un essere ritenuto non adeguatamente vitale sarebbe stato gettato giù da un dirupo, quale Tarpèa o Taigete, oggi potrebbe essere “eliminato” in base a pronunciamento giudiziario; magari, decretando che gli sia tolta nutrizione e idratazione come avvenne già nel 2009, proprio da noi, nella cattolica Italia papalina, con una prima “sentenza di morte” che pose fine alla vita della trentasettenne Eluana Englaro; oppure, sentenziando che sia staccata la spina del macchinario di supporto al mantenimento dei parametri vitali com’è appena avvenuto in Inghilterra dove il piccolo Charlie Gard è stato appena “rimandato fra gli Angeli” dopo la coraggiosa impari lotta ingaggiata dai genitori, Chris Gard e Connie Yates, contro la sentenza dell’Alta Corte britannica che, come da paradossale conferma della Corte europea per i diritti umani, sostanzialmente disponendo la sospensione della ventilazione artificiale, “condannava a morte” la loro creatura, di soli undici mesi, affetta da malattia degenerativa per deplezione mitocondriale.

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Troppo tempo prezioso, sino dalla diagnosi risalente a dieci mesi fà, era stato perso inutilmente cercando di “strappare una autorizzazione” per poter ricorrere a tempestivi interventi, magari di cure mediche a base di desossinucleotidi come da sperimentazione in America; nonostante, in corsa contro il tempo, da una parte all’altra del pianeta sconvolto dalla clamorosa sentenza di una imprevista Albione tanto implacabile, si fosse manifestata quasi una gara tesa a rivoltare “la negazione di un diritto alla speranza”, soprattutto, in base ad un corale sentire per la sorte del piccolo cucciolo umano che, sia pure suggendo ossigeno da una macchina, dimostrava di lottare per quel suo innegabile “esistere” con l’implicita attesa di essere aiutato a raggiungere la pienezza di “vita” in un domani, forsanche alle porte e, comunque, al passo delle continue conquiste scientifiche.

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Ma, in mezzo ad un inutile clamore, non aveva avuto seguito neanche l’approccio al da farsi per sottrarre Charlie a quella “anticipazione” del suo fine vita più volte ribadita nelle decisioni dell’Alta Corte, essendosi glissato anche sulle offerte di accoglienza del piccolo come quella avanzata dall’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, dove si prestano cure a piccoli affetti da malattie gravissime o, al momento, non suscettibili di guarigione; altrettanto, essendo stato vano il tentativo addirittura venuto d’oltre oceano, da parte del Congresso USA, di concedere alla famiglia Gard una residenza permanente per potersi trasferire negli States e cercare di salvare Charlie sottoponendolo alle cure sperimentali del dr.Michio Hirano.

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Infine, anche il battagliero amore dei coniugi Grant ha dovuto piegarsi in una dolorosa resa perchè, secondo quanto lasciato intendere, nel troppo indugio delle sterili diatribe sarebbero ulteriormente peggiorate le condizioni del piccolo così come rappresentate dagli ultimi esami di encefalogramma e risonanza magnetica che avrebbero dato un duro colpo alla speranza di risultati di reversibilità in base anche alle attuali cure sperimentali che avrebbero dovuto essere tentate tempestivamente. Quindi, con l’ultimo rifiuto di un epilogo nel lettino di casa come richiesto dagli sfortunati genitori, si è deciso che la fine della tragica vicenda terrena del piccolo Charlie Gard sarebbe stata più “dignitosa” se, staccata la spina, mancato ogni sostegno al respiro, la morte fosse sopraggiunta in un hospice per malati terminali.

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Al di là della commozione che suscita il forse ineluttabile destino del piccolo Charlie contrapposto a quello di un bambino Italiano di nove anni, Emanuele, piccolo pittore Lucchese conosciuto anche all’estero, che continua a vivere sia pure con le difficoltà che gli derivano dalla lotta quotidiana contro la sindrome degenerativa da cui è affetto; nel pietoso caso del piccolo Inglese, ciò che emerge dirompente in tutta la sua crudezza, e più fa specie, è la improba guerra della “condanna di morte anticipata” sentenziata dal tribunale; laddove, invece, la fine naturale poteva continuare ad essere procrastinata dalla respirazione assistita; nel contempo, essendo stata impari la tenace resistenza dei genitori e dell’opinione pubblica contro la negazione, ex lege britannica, del trasferimento del piccolo Charlie dall’ospedale GOSH di Londra per tentativi di salvezza.

cms_6856/7.jpgResta, all’unisono con quanto espresso dalla premier britannica Teresa Mayer, il senso di una “profonda tristezza” per la mancata salvezza del bambino; non da meno, essendosi fatto strada un certo sgomento perchè non potremo fare a meno di pensare ad una conferma che, ormai, la tendenza dei tribunali non sia solo quella di dirimere le tante sfaccettature del vivere quotidiano, ma anche quella in direzione di decisioni per la fine di una vita: sia su auto- stimolazioni di soggetti giurisdizionali come, attualmente, nel caso di Charlie Gard in una Inghilterra che, in piena tensione economica da Brexit, forse deve tenere in conto eventuali ridimensionamenti di spesa in campo sanitario; sia su stimolazione del privato che orienti la domanda di una determina giudiziaria di fine vita in nome e per conto di un congiunto che non sia più in grado di chiederla o smentirla, come nel caso italiano del 2009 quando per la morte di Eluana Englaro, in base a pronunciamento di un tribunale, si ricorse a definizioni quali “eutanasia” e “interruzione di accanimento terapeutico” miste a quella di “assassinio”, confidando nella pietas dell’auspicato silenzio e dell’oblio.

Senza tenere in conto che l’oblio è un sepolcro di sabbia rimovibile se, di contro all’auspicio di civiltà secondo cui si vorrebbe che nessun tribunale al mondo emettesse sentenze di pena capitale sia pure contro chi si macchi dei crimini peggiori, però si lasci che gli stessi tribunali brandiscano una “condanna a morte” che precorra i tempi di una fine naturale che, sia pure annunciata da malattia incurabile, sia ritenuta troppo lenta a venire quando Dio esiti a “staccare la spina” di una certa esistenza considerata scomoda oltre che inutile in base a determinati interessi umani.

Ciò che, in definitiva, si delinea come un sostanziale andare dell’umanità contro se stessa tendendo, altresì, alla negazione di quel Dio che la concepì perchè fosse solo arbitra e fautrice di vita.

Rosa Cavallo

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