MONITORAGGIO DI MASSA E BIG DATA PER USCIRE DALL’EMERGENZA

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E se la soluzione al diffondersi dell’epidemia fosse un tracciamento volontario e generale? Può essere una provocazione, ma di fronte alle cifre del contagio ormai sopra le decine di migliaia nel nostro Paese, la richiesta di aprire un monitoraggio ad personam su stato di salute, ultimi contatti avuti e periodicità dei tamponi effettuati, potrebbe non suonare come un tentativo, definitivo, nel diventare (s)oggetti sempre monitorati. Siamo entrati da qualche settimana in piena seconda ondata, ben più clamorosa e pericolosa della prima; l’anarchia che sta generando l’emergenza coronavirus, al di là delle cifre e degli incubi per miliardi di persone, segna come disse mesi addietro Yuval Harari in una intervista per il Financial Times, un vero e proprio spartiacque. Secondo lo storico israeliano infatti se fino a qualche tempo fa il cosiddetto “tracciamento” era riservato ai criminali sospetti, ai detenuti agli arresti domiciliari o ad altre categorie di persone (il braccialetto elettronico), ora si tratta di estendere questo controllo capillare all’intera popolazione. Si è partiti su base volontaria (come accade con l’app “Immuni”), ma si potrebbe continuare agendo a insaputa dei cittadini, attingendo per esempio a quell’enorme serbatoio di informazioni dei big data di aziende private e, infine, arrivare, extrema ratio, all’obbligo del tracciamento e a fornire tutte le informazioni personali e di salute ai fini del contenimento epidemiologico.

cms_19780/2.jpgLe sacche di resistenza verso la conquista definitiva della nostra privacy, possono essere messe a tacere mostrando i dati di alcuni sondaggi che chiedevano per l’appunto agli italiani se fossero o meno d’accordo che le istituzioni governative si mettessero a monitorare i loro spostamenti limitatamente al periodo di crisi sanitaria che stiamo vivendo. Ebbene, una gande maggioranza si è mostrata favorevole a lasciare attivi GPS e Bluetooth per farsi tracciare negli spostamenti. Una sola app per verificare potenziali contagi ed esposizioni non serve a molto in quanto intervengono molte variabili che ne condizionano alla fine la riuscita della tutela del nostro sistema sanitario. Vi è la necessità, con buona pace di benpensanti, radical chic, complottisti, negazionisti e compagnia cantando che la computazione dei dati di milioni di persone del nostro Paese vengano usati per comprendere meglio la diffusione e fermarla sul nascere; i dati, i big data in possesso di aziende e governi cioè, devono ora essere usati e non tenuti ipocritamente nascosti per finalità di salvaguardia nazionale, per un fine nobile quale quello di ricostruire de facto le relazioni sociali abbattute dall’emergenza Covid. Ogni singolo cittadino è un produttore consapevole di dati perché prima di tutto soggetto consumatore di servizi pubblici e attore nelle piattaforme dei social media.

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I dati personali immessi in rete vengono forniti su base volontaria e in piena consapevolezza da parte dell’utente, e quando non vogliamo fornirli ne siamo costretti a farlo se vogliamo accedere alla visione di qualche contenuto o se desideriamo che ci vengano forniti determinati servizi da parte della PA. Come utenti, insomma, siamo come miniere estrattive dalle quali il sapere aggregato di un singolo individuo viene gestito dai proprietari di specifici algoritmi di estrazione e correlazione dati, un’attività del tutto incomprensibile a noi profani. Lo scenario è ormai chiaro a tutti da decine di anni: siamo tutti clienti di società pubbliche e private, piattaforme social e di streaming, supermercati e ipermercati, società autostradali e decine di app scaricate sul nostro smartphone. Circondati, accerchiati e ormai senza segreti per nessuno non ci rimane altro che usare la consapevolezza di essere trasparenti e lasciare che avvenga un monitoraggio centralizzato nel rispetto di un tracciamento etico e limitato al solo delicato periodo storico che stiamo vivendo. Sarà certamente la vittoria definitiva delle big companies, della conferma della bontà delle loro operazioni di marketing e della loro visione del mondo. E’ lo scotto che dobbiamo pagare a tecnologie di controllo che non dobbiamo più considerare come una minaccia ma come un’opportunità di salvezza.

Andrea Alessandrino

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