MYANMAR: COSA È SUCCESSO

La situazione dopo il golpe

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Lunedì 1° febbraio in Myanmar l’esercito ha preso il potere con un colpo di stato: ha arrestato tutti i principali leader del partito di maggioranza, tra cui la donna premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che era di fatto capo del governo, vicina a diventarlo ufficialmente dopo aver vinto largamente le elezioni a novembre, proprio contro il partito sostenuto dai militari. Il nuovo Parlamento avrebbe dovuto riunirsi proprio quel giorno per la prima volta. Invece, l’esercito golpista ha dichiarato un anno di stato d’emergenza, ha interrotto le linee telefoniche nella capitale Naypyitaw e nella città di Yangon, e ha sospeso le trasmissioni della televisione di stato. A guidare il golpe è stato il capo delle forze armate birmane, il generale Min Aung Hlaing, che in seguito ha assunto il ruolo di capo del governo, mentre l’ex generale Myint Swe, che dal 2016 era uno dei due vicepresidenti, è stato nominato presidente ad interim. Una peculiarità di questo colpo di Stato è che il generale Hlaing, appena insediatosi insieme ai suoi ministri militari, ha detto che avrebbe garantito “un autentico sistema democratico multipartitico, basato sulla disciplina”, e ha promesso di indire nuove elezioni.

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È evidente, però, che una dichiarazione simile, avvenuta nell’ambito di un golpe, non lascia spazio ad altri scenari che non siano quello di una dittatura oppressiva delle libertà fondamentali, mascherata semplicemente da democrazia, con elezioni truccate, come avviene in moltissime altre Nazioni. Nel frattempo, non si hanno ancora notizie certe di Aung San Suu Kyi: dovrebbe essere tenuta prigioniera in una località non meglio specificata. Nulla di nuovo: già in passato, fino al 2010, era stata in carcere per quindici anni per essersi opposta al precedente regime militare. Il colpo di Stato, però, pur favorito dalla forza delle armi, non è sostenuto a livello popolare.

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Come se il risultato elettorale non fosse stato già abbastanza chiaro, la popolarità di San Suu Kyi si è confermata immensa (nonostante la sua figura non sia completamente priva di controversie, soprattutto per quanto riguarda le politiche di repressione della minoranza Rohingya) quando sui social media i 22 milioni di utenti birmani si erano mobilitati per fare controinformazione a contrasto del regime, unite a diverse manifestazioni di dissenso. Così, i generali golpisti hanno dato ordine oggi ai provider Internet nel Paese di bloccare l’accesso a Facebook, mentre su Twitter numerosi birmani già lamentano di non essere in grado di accedere al social network e alle app del gruppo, come Whatsapp e Instagram. Anche i medici si sono schierati a favore di San Suu Kyi, con scioperi in 30 diverse città. Come spesso accade, purtroppo, il potere di veto di Paesi dittatoriali come la Cina ha paralizzato il Consiglio di Sicurezza ONU, che si era riunito per discutere della vicenda, ma alla fine non ha trovato una posizione comune perché Pechino si rifiuta di condannare il colpo di Stato.

Giulio Negri

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