NESSUNA GIUSTIZIA PER GIULIO: L’ITALIA NON DIMENTICA

Oltre cento fiaccolate in memoria del ricercatore ucciso al Cairo. Ma le indagini sono ancora in fase di stallo

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Mille luci in cento piazze sparse per il Paese: così l’Italia ha ricordato Giulio Regeni nel terzo anniversario della sua scomparsa. Ma da quel maledetto 25 gennaio 2016 sono ancora poche – o meglio, quasi nulle – le certezze sull’omicidio avvenuto in terra d’Egitto, dove stava svolgendo un dottorato sull’economia e sui sindacati locali; una ricerca delicata dal punto di vista politico, che Giulio aveva coraggiosamente accettato di effettuare trasferendosi senza esitazione nell’area di interesse. Nato a Fiumicello (Udine), aveva frequentato il liceo classico di Trieste, aggiudicandosi nell’ultimo triennio una borsa di studio nel New Mexico. La vita lontano da casa non lo spaventava, tanto che scelse di proseguire gli studi in Inghilterra, prima ad Oxford e poi a Cambridge, dove gli era stata commissionata la tesi che l’aveva condotto al Cairo. Non immaginava di trovare la morte proprio nella grande capitale d’Egitto, a soli 28 anni, con ancora un sacco di progetti da realizzare e un bagaglio già colmo di soddisfazioni: dai 12 ai 14 anni era stato nominato “sindaco dei ragazzi” nel suo paese, inoltre aveva vinto due premi al concorso internazionale ’’Europa e giovani’’ promosso dall’Istituto regionale per gli studi europei per ricerche e approfondimenti sul Medio Oriente.

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Fu ritrovato senza vita il 3 febbraio, a nove giorni dalla scomparsa, sul ciglio dell’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto. La prima ipotesi avanzata fu quella dell’incidente automobilistico, ma sul luogo del ritrovamento non c’erano vetri, tracce di sangue né segni di brusche frenate. Anche l’autopsia effettuata dal prof. Vittorio Fineschi (ordinario di Medicina Legale presso l’università La Sapienza di Roma) sul corpo del giovane racconta una verità ben più losca: la morte sarebbe sopraggiunta per via di una frattura al collo, soltanto dopo cinque-sette giorni di brutali torture, riscontrabili dalle molteplici ossa rotte, dai denti spezzati, dalle tumefazioni e dalle lettere (quattro o cinque) incise sulla pelle, fino a sfigurarlo quasi del tutto.

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Chi avrebbe potuto fargli del male? Sappiamo che, contestualmente all’attività di dottorato, Giulio stata scrivendo degli articoli per il quotidiano Il Manifesto, tanto compromettenti da volerli pubblicare sotto pseudonimo, temendo per la propria incolumità. Il giovane era molto vicino all’ambiente dell’opposizione egiziana, e ciò avrebbe potuto attirare diverse antipatie da parte del governo. Lui stesso avrebbe riportato agli amici due episodi inquietanti e, col senno di poi, premonitori. L’11 dicembre del 2015 prese parte ad un incontro pubblico organizzato dai sindacati indipendenti; sebbene non fosse uno degli oratori, una donna con il velo gli si avvicinò e lo fotografò, cogliendolo mentre ascoltava uno degli interventi. Il 7 gennaio dell’anno successivo fu addirittura denunciato alle autorità egiziane da Mohamed Abdallah, uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada con cui si era interfacciato e che voleva aiutare economicamente con il denaro ottenuto da una fondazione britannica specializzata in progetti di sviluppo.

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Le indagini condotte dalla procura del Cairo hanno finora prodotto ben pochi risultati. Tra ritardi e contraddizioni, in molti hanno pensato che fosse in atto un vero e proprio depistaggio da parte delle autorità egiziane. Sono state avanzate ipotesi al limite dell’inverosimile: dall’omicidio a sfondo omosessuale, passando per l’atto criminale e l’uccisione per mano di spie dei Fratelli Musulmani compiuta per creare imbarazzo al governo di Al Sisi, fino alla vendetta personale. Il 24 marzo 2016 il ministero dell’Interno egiziano dichiarò che erano stati uccisi dalle forze di sicurezza "cinque sequestratori di stranieri", specificando che in un’abitazione di loro proprietà erano stati ritrovati il passaporto e alcuni documenti del giovane. Un’ipotesi che non resse più di qualche giorno, in quanto fu appurato che gli uomini della banda si trovavano a 100 km dal luogo in cui il ricercatore era scomparso. Il 1° aprile dello stesso anno, finalmente, il governo egiziano confessò che gli apparati egiziani avevano seguito Giulio prima del suo rapimento, per poi minimizzare definendolo un “atto isolato”. Intanto, l’Amnesty International denunciava ben 88 casi di tortura avvenuti in Egitto solo nell’anno 2016.

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Una giornalista egiziana ha dichiarato di aver assistito all’arresto di uno straniero presso la metropolitana di Giza, alla periferia del Cairo, dove proprio il 25 gennaio del 2013 gli islamisti avevano protestato contro il regime. La polizia locale, però, non ha mai dato la possibilità agli inquirenti italiani di ascoltare autonomamente i testimoni. Il 28 novembre 2018 la procura romana aveva richiesto di inserire nel registro degli indagati nove persone, ma gli inquirenti del Cairo si sono rifiutati, sostenendo che la procedura non fosse una consuetudine nel loro Paese. Una decina di giorni fa il procuratore romano Giuseppe Pignatone ha tristemente ammesso che, ad oggi, le indagini si trovano in una fase di stallo. Lo scorso mercoledì mattina, in una diretta social, il presidente della Camera Fico ha letto la missiva inviata a tutti i presidenti dei parlamenti dell’Unione Europea chiedendo loro attenzione e supporto: “Quello che è capitato a Giulio poteva accadere e potrebbe accadere a chiunque dei nostri ragazzi, studenti, ricercatori impegnati all’estero in progetti accademici e di lavoro. E’ una storia che ci riguarda come europei, e come rappresentanti dei nostri cittadini non possiamo voltarci dall’altra parte. Dobbiamo agire, di conseguenza, a livello europeo e nazionale in coerenza con i principi e valori fondamentali dell’Unione e con il vincolo di solidarietà e leale Cooperazione tra i nostri Paesi e i nostri popoli”, questo l’estratto più significativo della lettera.

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Come accennato in apertura, ieri sera, a partire dalle 19:41 - orario in cui Giulio fu visto per l’ultima volta prima di sparire - in oltre cento comuni italiani, tra cui quella di Fiumicello, si sono tenute le fiaccolate in memoria di quel giovane ricercatore che, come tanti altri, credeva nel valore della cultura e della fratellanza, cercando, nel suo piccolo, di appianare le ingiustizie che affliggono ancora oggi il Medio Oriente. La stessa ingiustizia che, sfortunatamente, l’ha investito privandolo del bene più prezioso: la vita.

Federica Marocchino

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