NOI, COMPLICI DELLE TORTURE IN LIBIA

Gli Stati europei hanno stretto accordi con il governo del Paese nordafricano

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Si avvicina il Natale e, come ogni anno, un’ondata di scintillante solidarietà attraversa la Penisola. Eventi benefici, raccolte fondi e simili rappresentano il modo perfetto per sentirsi “più buoni” in concomitanza con le festività. Nel continente africano, intanto, si scatena l’inferno. Crediamo che le nostre offerte, come gocce nell’oceano, possano aiutare quei piccoli dalla pelle scura, con gli occhi scavati e il corpo consumato dalla malnutrizione, ma dietro le immagini stereotipate delle pubblicità c’è molto di più: uno scenario fatto di angherie, vessazioni e ingiustizie gratuite di cui siamo, seppur inconsapevolmente, complici perfetti.

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A rivelarlo è Amnesty International, in un rapporto fresco di pubblicazione sulle condizioni dei rifugiati in Libia: “I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono attivamente le autorità libiche nell`impedire le partenze e trattenere le persone in Libia. Dunque, sono complici di tali crimini”. Una doccia fredda per gli ignari cittadini e uno smacco per i vertici Ue, che si professano paladini di una libertà ipocrita e fittizia. La verità che molti già immaginavano sta lentamente venendo a galla, come in un incubo dalle tinte fosche: c’è qualcuno, anche nella pacifica Europa, che lucra sul dolore di civili in preda alla disperazione e alla miseria.

cms_7940/3.jpg“Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti spesso in combutta per ottenere vantaggi economici. - spiega John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa - Decine di migliaia di persone sono imprigionate a tempo indeterminato in sovraffollati centri di detenzione, sottoposte a violenze e abusi sistematici”. Ne giunge conferma da voci dirette, che hanno vissuto la permanenza in Libia e si dicono reduci da detenzione arbitraria, torture di ogni genere, giri di trafficanti, lavori forzati, uccisioni illegali coperte da motivazioni di comodo e tanto altro. Pare che persino il corpo della Guardia costiera sia dedito all’estorsione sistematica nei confronti dei rifugiati: i richiedenti asilo vengono fatti passare ai confini libici previo il pagamento di un dazio, una sorta di illegale “tassa per la libertà”. E’ così che nasce il fenomeno degli enormi barconi su cui i richiedenti asilo, con le tasche ormai vuote, navigano stipati come carne da macello per giorni e giorni, in un viaggio della speranza che spesso tinge di rosso il Mediterraneo.

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I governi europei - l’Italia prima fra tutti - hanno interesse a far sì che il flusso migratorio si fermi in Libia, che non attraversi il Mediterraneo. Un obiettivo comprensibile dal punto di vista delle nostre politiche internazionali, se non fosse per i risvolti che si vanno a tratteggiare sulle coste del Paese nordafricano, trasformatosi in una sorta di limbo, di galleria degli orrori per tutti i disperati in fuga dai territori di guerra. Non solo: dall’inchiesta di Amnesty International, intitolata non a caso “Libia: un oscuro intreccio di collusione”, emergono importanti responsabilità da parte dei Paesi europei, i quali non avrebbero fornito solo tacito assenso alle inadempienze delle autorità libiche, ma le avrebbero addirittura supportate attivamente a livello economico e non. Si sarebbero stipulati accordi con capi tribali e varie autorità locali, nonché con il Dipartimento libico per il contrasto all’immigrazione illegale e con la Guardia costiera, per sigillare ermeticamente il traffico di migranti sulle sponde africane a qualsiasi costo, ammettendo consapevolmente le torture e le illegalità descritte. D’altronde, il governo libico non potrebbe controllare il traffico di rifugiati se non con la detenzione forzata, con un regime del terrore che gode dell’appoggio della nostra “innocente” Europa, che non si sporca le mani ma nasconde più di uno scheletro nell’armadio. “Il battello ’Ras Jadir’, donato dall’Italia nell’aprile 2017 con due cerimonie alla presenza del ministro dell’interno Marco Minniti, è stato usato dalla guardia costiera libica nell’orribile incidente in cui il 6 novembre 2017 affogarono 50 persone” si legge nel rapporto, in una pungente accusa nei confronti del governo italiano.

cms_7940/5.jpgOra che il velo di Maya sulla situazione libica risulta impietosamente squarciato, è doveroso riflettere sull’operato dei Paesi europei. Il fine – allontanare l’abbondante flusso di immigrazione clandestina dalle nostre coste – giustifica i mezzi? Certamente no, specialmente se sono in ballo Stati “civili” e “democratici” per definizione. Siamo scesi a compromessi mettendo in discussione l’incolumità di migliaia di cittadini africani, tra l’altro senza aver neppure ottenuto i risultati sperati: gli accordi con il governo libico non hanno fatto altro che incrementare il traffico di rifugiati nel Mediterraneo, condotto per vie non legali, provocando le immani tragedie a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Gli unici a trarre giovamento dalla direzione politica intrapresa sono coloro che, senza farsi scrupoli, incassano lauti guadagni organizzando tratte clandestine e sfruttando in ogni modo sia i richiedenti asilo, sia gli Stati che vogliono relegare questi ultimi nel continente africano. Un circolo vizioso che va interrotto al più presto, non solo per garantire il rispetto dei diritti umani alle popolazioni africane, ma anche per ovviare al problema dell’immigrazione “selvaggia”, ormai divenuto caso nazionale nel nostro Paese.

Federica Marocchino

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