NON SOLO SOPRAVVIVENZA AL TEMPO DELLA CRISI

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Viviamo in un’epoca in cui i cambiamenti sociali, economici, politici sono frenetici e difficili da gestire e in questo contesto di forti trasformazioni ci stanno gli istituti di cultura, musei, biblioteche e archivi depositari della memoria, e del patrimonio culturale delle civiltà. In particolare i musei oggi non sono più solo istituti di conservazione ma svolgono sempre più un ruolo sociale e sono servizi pubblici al servizio delle comunità, producono e comunicano saperi, cultura, creatività. Sono luoghi eletti per la mediazione culturale, per il dialogo interculturale, per la coesione sociale, creando senso di appartenenza, migliorando la qualità di vita dei territori e la loro attrattività. Sono istituti irrinunciabili perché sono luoghi ove la cultura diventa innovazione, dove la memoria diventa fondamento di civiltà, dove si comprende il mondo e i suoi cambiamenti storici, ambientali e sociali, e si impara a leggere ciò che ci circonda in modo critico, trasparente e oggettivo. Questo è tutto ciò che i musei dovrebbero essere e su cui paesi sicuramente più lungimiranti di noi hanno voluto investire per promuovere quell’innovazione culturale dalla quale far discendere anche lo sviluppo economico di una nazione.

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La crisi in Italia ha avuto invece un impatto drammatico sul processo di trasformazione dei musei. In particolare va tenuto presente che la quasi totalità dei musei italiani è gestita da enti pubblici, principalmente comuni e provincie e che in molte parti d’Italia i bilanci pubblici dedicati alla cultura sono stati azzerati. Il problema è che non possiamo più parlare di un crollo della spesa pubblica contingente, ma bensì di lungo periodo, forse permanente. In tempo di crisi e in un mondo che cambia così velocemente, nonostante i tentativi fatti con la Legge Franceschini, che peraltro interessa solo gli istituti statali, non siamo stati così in grado di portare il nostro sistema museale italiano ad un livello pari di altri paesi europei come Francia, Germania, Inghilterra e persino Spagna. Non serve semplicemente richiamare in questo contesto l’attenzione delle istituzioni proprietarie dei musei sul rischio di perdita delle collezioni per inidonea conservazione e sull’impossibilità dei musei di assolvere il ruolo educativo e sociale cui sono istituzionalmente deputati. Purtroppo la situazione che registriamo è drammatica non solo per i piccoli musei di comunità, peraltro importantissimi quale linfa vitale delle identità locali e luoghi del dialogo interculturale e intergenerazionale, ma anche per tutti quei medio/grandi musei che costituiscono i nodi della rete del patrimonio culturale della nostra nazione. Si tratta di musei che prima della crisi svolgevano comunque il loro ruolo anche di coordinamento territoriale con budget assegnati, pur non sempre adeguati, ma sufficienti, che oggi si trovano non solo a non aver più risorse economiche per la gestione delle collezioni e lo sviluppo dei ruoli sociali ed educativi, ma anche ad aver perso risorse di personale qualificato, troppo spesso sostituito con volontari, o con personale riciclato nell’ambito dell’ente, indipendentemente dalle competenze, ruolo e funzioni.

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In generale il pericolo a cui si trovano esposti questi musei di ente locale è quello, salvo rare eccezioni e tra queste potremmo citare il Muse di Trento, di essere in cronica carenza di personale scientifico e tecnico, privi di idonei finanziamenti, inadeguati rispetto gli standard di conservazione e, sempre più spesso, con direzioni affidate a personale professionalmente inadeguato. Purtroppo non solo gli enti proprietari ma anche l’opinione pubblica e la stampa hanno ignorato il problema e si sono ben guardati dal sollevare il problema della conservazione, della ricerca e del ruolo sociale ed educativo a cui dovrebbero essere deputati i musei contemporanei anche in Italia. Gli istituti e il patrimonio culturale non devono essere considerati un lusso al quale si può rinunciare, le loro azioni hanno pari dignità e obbligatorietà di quei processi che nei primi del novecento hanno portato alle campagne di alfabetizzazione nella nostra nazione. Proprio in questo tempo di crisi essi possono costituire delle risorse preziose e dei fattori competitivi da valorizzare.

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Oggi in condizioni di ristrettezza di risorse è necessario almeno individuare eccellenze e stabilire priorità d’intervento anche per consentire agli enti pubblici di onorare le responsabilità in materia di cultura che la Costituzione ha loro affidato. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ripeteva spesso: la cultura, il patrimonio culturale, l’educazione e la produzione culturale sono cardini della nostra identità nazionale e motori di sviluppo. I governanti devono abbandonare i tagli lineari della spesa: in tempo di crisi bisogna lavorare per priorità, dire tanti no, ma anche qualche sì, e uno di questi sì deve essere per la cultura. Per poter aiutare questo processo di valorizzazione si potrebbe far in modo che gli enti pubblici proprietari di musei possano usufruire di alcune facilitazioni economiche e procedurali. A fronte di una adeguata documentazione enti che dimostrino di avere personale qualificato nella gestione dei propri musei e in quantità sufficiente per garantire non solo l’apertura , ma anche l’assunzione dei ruoli di cui sopra, che attraverso un bilancio sociale diano con trasparenza conto delle proprie attività, che rispondano a degli standard minimi di conservazione e valorizzazione, potrebbero godere di speciali deroghe a patti di stabilità, di ristorni Irpef, della possibilità di applicare procedure semplificate nell’acquisizione di beni, servizi e lavori, di poter superare secondo quote stabilite limiti nell’assunzione di personale e nella definizione dei budget di missione, di poter recuperate una percentuale dell’IMU, etc. Tutto ciò costituirebbe un incentivo importante per garantire da un lato a questi musei di non soccombere e di non trovarsi in una situazione di arretratezza e quindi di inefficienza e inefficacia, dall’altro di costituire con in musei statali una rete salda capace di valorizzare il nostro patrimonio a garanzia di una crescita ed innovazione del nostro paese e una maggiore attrattività anche turistica.

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Lo stesso ICOM (International Council of Museum) Italia più volte si è espresso in funzione di una maggiore lungimiranza da parte di chi governa nel garantire ai musei opportune risorse anche attraverso indirizzi forti nei confronti degli enti pubblici, dove troppo spesso si registra la tendenza alla cattiva abitudine di recuperare edifici storici o di aprire nuovi musei senza un’analisi economico finanziaria della sostenibilità della loro gestione a lungo termine. Che nuovi musei si aprano non per effimere ragioni di visibilità, ma solo come risultato di un serio lavoro di lungo periodo. Che siano uno strumento di rafforzamento dell’offerta culturale esistente e non del suo indebolimento, magari prosciugando le poche risorse disponibili. Non si può inoltre non concordare anche sulla proposta sempre di ICOM Italia di continuare nella direzione tracciata dalla legge Franceschini, in favore di maggiori benefici fiscali per le donazioni liberali, ma anche per le attività professionali svolte gratuitamente a favore dei musei e del patrimonio culturale; e per rendere più efficace la leva fiscale si dovranno eliminare tetti e vincoli finanziari e sburocratizzare e semplificare radicalmente le procedure.

Alda Boscaro

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