NON TOCCARE LA DONNA BIANCA

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10 giugno 1946, Raleigh, North Carolina. In un ospedale per neri, il Saint Agnes Hospital, giunge un uomo di 68 anni con gravissime ferite in seguito ad un incidente automobilistico. L’uomo, stremato dalla fame poiché l’unico ristorante della zona si era rifiutato di servirgli il pranzo, spira poco dopo. Il suo nome era Jack, Jack Johnson, ed era stato Campione del Mondo dei pesi massimi di boxe, nel 1910. Ma Jack aveva una storia alle spalle, iniziata nel 1878 a Galveston, in Texas, dove era nato, secondo figlio di una coppia di schiavi liberati dalla Guerra Civile. La sua capacità di tirare di destro lo fece entrare nel giro degli incontri clandestini, finché a 19 anni passò al professionismo, in uno Stato dove la boxe era vietata. Per questo motivo nel 1901 venne arrestato, scontando 25 giorni di carcere.

Ma Jack era bravo e potente, e dopo un anno aveva già collezionato circa 50 vittorie. Nel 1908, in Australia, sconfisse il canadese Tommy Burns, divenendo Campione del Mondo, il primo nero. In realtà, il titolo venne ufficializzato solo due anni dopo, quando mandò al tappeto il campione mondiale J.J. Jeffries, bianco e statunitense, che inizialmente si era rifiutato di combattere contro Jack perché nero. E quella pelle motivò la decisione, in Texas, di non trasmettere i film dei suoi incontri contro i bianchi, quelli in cui vinceva, per timore di atti di violenza da parte della popolazione bianca.

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Il titolo venne detenuto per 7 anni; intanto, la sua fama incentivava l’ingresso di altri neri nel mondo del pugilato, e lui diveniva un idolo. La stampa lo osannava, e lui si crogiolava, portando avanti le sue passioni, automobili e donne. Donne bianche, per la precisione, in tempi in cui vigevano le leggi Jim Crow, che in alcuni Stati imponevano spazi separati per bianchi e neri. E poi c’era la Legge Mann, che vietava il trasporto di una donna attraverso gli stati americani per scopi illegali. Una legge che negli anni ‘10 del secolo scorso era mirata alle grandi mafie nascenti, ed alla prostituzione come introito. Ma venne usata per condannare Johnson, reo di aver sposato già due donne bianche, anche se a testimoniare contro di lui fu una prostituta. Perché Jack non faceva mistero della sua virilità con le donne, usava i suoi soldi per godersi la vita, ed il mix era letale per l’epoca. Anche il Procuratore che lo portò sul banco degli imputati dichiarò “questo negro, agli occhi di molti, è stato perseguitato. Forse per l’individuo che era. Ma è stata sua sfortuna essere l’esempio più importante del male nel permettere il matrimonio misto di bianchi e neri”.

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Una frase delimitante di un corto circuito sociale in atto all’epoca, una censura data dalla pelle e non dalle attitudini personali. Fuggì dagli Stati Uniti nel 1913, per evitare l’arresto in seguito alla condanna, vendendo anche il locale che aveva aperto ad Harlem, New York. Locale che, in seguito, divenne famoso come Cotton Club, celebrato anche dal cinema. Tornato negli U.S.A., era il 1920, venne arrestato, e scontò un anno di carcere. Il gigante di Galveston uscì di prigione e tornò a combattere. A 40 anni passati non riuscì più ad ottenere i successi di un tempo, anche se continuò ad esibirsi per altri 18 anni, fino all’età di 60 anni. Gli ultimi anni li passò concedendo interviste e limitandosi a sporadiche esibizioni in cui non combatteva, si limitava a tenere in mano i guantoni. Ma la sua stella era calata, almeno agli occhi dei bianchi, mentre per la popolazione nera continuava ad essere un punto di riferimento e di riscatto. Anni dopo la sua morte, venne girato un film sulla sua vita, “Per salire più in basso”, interpretato dall’attore James Earl Jones, ed anche Miles Davis gli dedicò un album tributo. Oggi il Presidente statunitense Donald Trump, su sollecitazione di Sylvester Stallone, sta considerando l’idea di concedere il perdono presidenziale totale a Jack, ma sarà un tocco di vernice postumo, vernice bianca che non potrà cancellare le impronte di chi ha provato a sporcare la vita di un uomo, colpevole solo di essere nero.

Paolo Varese

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