NO DEAL, COME UN FANTASMA DAL PASSATO

Boris Johnson torna ad agitarne lo spettro e avvisa l’Unione Europea

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È esistito un tempo in cui la Brexit avrebbe dovuto essere meno dolorosa per tutte le parti in causa e avrebbe dovuto lasciare meno strascichi dietro di sé. Era l’ipotesi della cosiddetta “Brexit senza accordo” o “Brexit senza compromessi”, conosciuta in lingua madre come no-deal Brexit: ovvero la potenziale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza un accordo di recesso. Nonostante potesse sembrare un’idea utopistica, ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’UE era possibile: i trattati avrebbero cessato i loro effetti nel caso in cui uno Stato avesse manifestato la volontà di staccarsi dall’Eurogruppo. È esistito un tempo in cui Regno Unito e Unione Europea hanno negoziato su questo, salvo incontrare il voto contrario della Camera dei Comuni per ben tre volte. Conseguenza? Potrebbe essere necessario rinegoziare le interazioni del Regno Unito con Paesi non facenti parte dell’Unione Europea, interazioni che erano disciplinate da accordi dell’UE con tali Paesi.

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Esiste ora un tempo in cui, come una spada di Damocle, pende un ultimatum lanciato da Boris Johnson. Qualcosa che si unisce al rischio concreto di “annullamento” di parte delle cruciali intese sulla Brexit sottoscritte un anno fa. Il triangolo è completato dalla dura reazione dei vertici dell’Unione Europea: l’ottavo tentativo negoziale prende il via oggi, a Londra. La giornata odierna è volta a regolare il delicato futuro delle relazioni tra l’Eurogruppo e gli anglo-irlandesi, rapporti che sembrano incanalarsi verso un punto (di rottura) di non ritorno (già a decorrere della fine dell’anno di transizione post-uscita). Come riportato dall’AGI, è stata “un’escalation vera e propria”. In ordine di tempo, il primo a dissotterrare l’ascia di guerra è stato Boris Johnson: “Un accordo di libero scambio post-Brexit dovrà essere concluso entro il 15 ottobre, altrimenti Londra andrà avanti sulla strada del No deal”.

Queste le sue parole due giorni fa. Ovviamente, nei tempi correnti, il no deal sarebbe pericoloso, poiché rischierebbe di mettere in crisi stabilità politica e anche economia. Secondo il premier britannico la Gran Bretagna è in procinto di entrare nella “fase finale dei negoziati” e “non ha senso pensare a scadenze temporali che vanno oltre quella data”. È possibile una rottura tra Londra e Bruxelles? Sì. “L’Unione Europea è stata molto chiara sul calendario, lo sono anch’io – prosegue BoJodeve esserci un accordo con i nostri amici europei entro il Consiglio Europeo del 15 ottobre, per entrare in vigore entro la fine dell’anno”. A rincarare la dose ci ha pensato il premier Tory, sostenendo che “il no deal sarebbe un buon risultato per il Regno Unito” e invitando la controparte “a ripensare le sue posizioni attuali”. Praticamente un braccio di ferro, cristallizzato in una fase di stallo.

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L’escalation, per riprendere il termine utilizzato poche righe sopra, è la somma algebrica di una serie di fattori che, per dirla in termini matematici, sostano in costante equilibrio tra l’immaginario e il reale: sono solamente ipotesi, ma potrebbero avere un fondo di verità. In primis la non ottimale gestione da parte di Boris Johnson dell’ondata pandemica, nonostante i numeri attuali siano lontani parenti delle terribili cifre della primavera; in secundis, l’economia inglese viaggia in cattive acque, tant’è che i debiti hanno iniziato a farsi concreti; dulcis in fundo, dando voce ad alcuni sondaggi, il popolo britannico non è più così fermamente convinto di emanciparsi dell’Eurogruppo. Oltre a saltare l’accordo commerciale con le 27 Nazioni dell’UE, Boris Johnson sta pensando anche alla situazione tra Irlanda e Irlanda del Nord, punto su cui Theresa May è caduta. Tra un mese le risposte.

Francesco Bulzis

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