Naviga nel mar Glaciale Artico l’Akademik Lomonosov

La prima centrale nucleare galleggiante

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È tempo di vacanze, e una bella crociera rappresenta uno dei desideri più comuni tra le persone.

Anche l’Akademik Lomonosov, come la maggior parte delle navi da crociera è dotata al suo interno di una palestra, una piscina e un bar - che però non serve alcolici - ai suoi 342 membri dell’equipaggio… ma anche di una centrale nucleare.

Proprio così. C’è una mini-centrale atomica che naviga nel Mar Glaciale Artico, uno degli ecosistemi più fragili e preziosi del pianeta, l’Akademik Lomonosov, la prima centrale nucleare galleggiante costruita per essere commercializzata del mondo.

È partita ieri da Murmansk alla volta di Pevek, città della Siberia orientale, nella regione di Chukotka. Impiegherà tre settimane di viaggio, per un tratto di 5.000 chilometri lungo l’Artico russo. Una volta a destinazione, fornirà energia ad abitazioni e impianti industriali e minerari.

La centrale nucleare, costruita dalla Rosatom, l’agenzia per l’energia nucleare di Mosca, ha due reattori da 35 Mwche utilizzano uranio a basso arricchimento, ciascuno in grado di fornire energia a una città di 100mila abitanti per i prossimi 35/40 anni.

La costruzione del colosso da 21.500 tonnellate, lunga 144 metri e larga 30, è iniziata nel 2007 ed è terminata, straordinariamente viste le difficoltà economiche date dalle sanzioni, nei tempi previsti con un costo complessivo di 458 milioni di dollari (30 miliardi di rubli).

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Pensata per operare nelle regioni artiche, la Lomonosov è fornita di tutte le dotazioni per resistere al clima rigido di quelle latitudini. Come riporta la stessa Rosatom è anche in grado di essere usata come impianto di desalinizzazione: la sua capacità giornaliera di potabilizzazione dell’acqua marina si aggira intorno alle 240mila tonnellate, inoltre è stata progettata per sfruttare le risorse petrolifere e minerarie che diventeranno sempre più accessibili con il ritiro dei ghiacci polari.

Com’era prevedibile, gli ambientalisti sono assolutamente contrari: temono che la centrale nucleare galleggiante possa trasformarsi in una nuova Cernobyl in caso di disastri naturali o che possa essere venduta a Paesi con bassi standard di sicurezza, come il Sudan. Ma la Rosatom asserisce che la centrale nucleare galleggiante è sicura e, in caso di catastrofi naturali, praticamente inaffondabile.

Dmitry Alexeenko, vicedirettore di Rosatom, informa, inoltre, che la centrale è indispensabile per l’economia poiché l’infrastruttura e l’energia, considerando la morfologia del Paese, non possono essere collegate in tempi brevi attraverso montagne, vulcani di fango o la tundra.

Ci possiamo dunque fidare?

In fondo è di solo qualche giorno fa la notizia del disastro nucleare avvenuto nel nord della Russia, in una base militare russa nella regione di Arkhangelsk sulle coste del Mar Bianco, a 470 chilometri a est in linea d’aria dal confine con la Finlandia; lo spettro di Cernobyl, inoltre, non ci abbandona.

Sul piano della sicurezza, nonostante le rassicurazioni, non mancano le perplessità. Le esperienze di Chernobyl e Fukushima hanno mostrato quanto sia complicato rimediare a un incidente nucleare sulla terraferma, figuriamoci in mare aperto o in zone difficili da raggiungere come l’Artico dove, oltretutto, qualsiasi incidente metterebbe a rischio un ecosistema già minacciato dai cambiamenti climatici. Non sorprende che gli ambientalisti abbiano definito questa centrale galleggiante una “Chernobyl dei ghiacci”.

L’Akademik Lomonosov sfrutta dunque la tecnologia nucleare navale russa e rappresenta il primo tentativo di commercializzazione di un tale tipo di centrale.

In realtà anche gli Stati Uniti hanno fornito energia alle chiuse del canale di Panama tramite un reattore montato su una nave per decenni e ora ci sono 140 centrali nucleari galleggianti nel mondo, ma mai nessuno aveva pensato di poter produrre in serie una centrale nucleare galleggiante, e, quanto sembra, ci sono già Paesi – come il Sudan – interessati all’acquisto.

Ma non si tratta solo di commercio.

Nella strategia navale di Mosca il concetto cardine è quello, sin dai tempi dell’Unione Sovietica, del “bastione”, ovvero di una vasta porzione di mare a ridosso delle proprie coste da difendere in modo che i propri sottomarini lanciamissili balistici possano operare indisturbati in caso di crisi.

Il Cremlino ha, in effetti, sempre dato la massima priorità, dal punto di vista di questa dottrina, alla difesa della Penisola di Kola e delle sue acque circostanti, considerate d’importanza strategica per la sicurezza nazionale della Russia.

Murmansk e Severomorsk, in particolare, sono stati i centri nevralgici della difesa nel Nord anche in considerazione della strategia della Nato, che era volta a imbottigliare la flotta sovietica nei mari di Norvegia e Groenlandia in modo da poter mantenere libere le linee di navigazione atlantiche tra Europa e continente americano, vitali per i rifornimenti in caso di conflitto.

La trasformazione del mar Glaciale Artico libero per molto più tempo dai ghiacci, ha fatto sì che Mosca modificasse dunque la sua dottrina strategica allargando il suo “bastione” al Mar di Kara, di Laptev e a tutte le acque a nord della Siberia ora più facilmente navigabile.

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Avere dei presidi – militari e non – permanenti nel Grande Nord significa però doverli rifornire di energia sia per la sopravvivenza sia per le nuove possibilità di sfruttamento minerario sia per la costruzione di nuove infrastrutture in grado di fornire assistenza alla navigazione (arsenali, cantieri ecc), ed ecco perché è nata una centrale nucleare galleggiante come l’Akademik Lomonosov che è in grado di essere spostata agevolmente là dove è più richiesto l’approvvigionamento energetico.

Il progetto punta quindi a rendere possibili le forniture di energia a luoghi remoti, anche se alcuni esperti ritengono che il suo costo sia eccessivo.

A prescindere da queste considerazioni, la Rosatom fa sapere che ha iniziato la costruzione di una seconda centrale di questo tipo, leggermente più piccola ma più potente, che potrà essere più facilmente esportabile.

La speranza dell’industria atomica russa è che possa fare da apripista per l’export di centrali “su misura” adatte a ogni necessità, una sorta di offerta nucleare prêt-à-porter, a prezzi contenuti e con consegna adomicilio.

Gianmatteo Ercolino

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