Nel mondo 8,8 milioni di casi.

In Italia Il totale delle vittime dall’inizio dell’emergenza è di 34.634. 4 italiani su 10 poco propensi a vaccinarsi

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I casi confermati di coronavirus nel mondo sono attualmente 8.794.337. Lo riporta la Johns Hopkins University nel suo costante aggiornamento dei dati della pandemia. I decessi a livello globale sono 464.510. Gli Stati Uniti sono sempre il Paese più colpito, con 2.255.119 casi e 119.719 decessi.

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cms_18001/LOGO-PROTEZIONE-CIVILE-NAZIONALE.jpgAltri 24 morti e 224 nuovi casi. Sono i dati forniti oggi dalla Protezione civile sull’emergenza coronavirus.

I 24 nuovi decessi sono la metà del numero dei morti registrati sabato, che erano 49. Il totale delle vittime dall’inizio dell’emergenza è di 34.634.

Nell’ambito del monitoraggio sanitario relativo alla diffusione di Covid-19 sul nostro territorio, a ieri, 21 giugno, il totale delle persone che hanno contratto il virus è di 238.499 casi.

Rispetto a ieri si registra un incremento di 224 nuovi casi, il 57%, pari a 128, si registra in Lombardia. Sette le regioni a zero casi: Marche, Abruzzo, Umbria, Sardegna, Valle D’Aosta, Molise e Basilicata.

Mentre sono 16 le regioni nelle quali oggi non c’è stata nessuna nuova vittima da coronavirus. Sono Veneto, Toscana, Lazio, Marche, Campania, Puglia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Umbria, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Calabria, Molise, Basilicata.

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Il numero totale di attualmente positivi al coronavirus è di 20.972, con una decrescita di 240 assistiti rispetto a ieri. Tra gli attualmente positivi, 148 sono in cura presso le terapie intensive, con un decremento di 4 pazienti rispetto a ieri. 2.314 persone sono ricoverate con sintomi, con un decremento di 160 pazienti rispetto a ieri.

Sono 18.510 le persone, pari all’88% degli attualmente positivi, che si trovano in isolamento senza sintomi o con sintomi lievi. Nel dettaglio, i casi attualmente positivi sono 13.843 in Lombardia, 2.013 in Piemonte, 1.172 in Emilia-Romagna, 583 in Veneto, 365 in Toscana, 248 in Liguria, 991 nel Lazio, 527 nelle Marche, 126 in Campania, 222 in Puglia, 53 nella Provincia autonoma di Trento, 141 in Sicilia, 78 in Friuli Venezia Giulia, 403 in Abruzzo, 75 nella Provincia autonoma di Bolzano, 15 in Umbria, 28 in Sardegna, 5 in Valle d’Aosta, 36 in Calabria, 40 in Molise e 8 in Basilicata.

Sono 40.545 i tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore e 24.581 le persone sottoposte al test.

Il numero complessivo dei dimessi e guariti dal coronavirus sale a 182.893, con un incremento di 440 persone.

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Quasi un italiano su due dichiara che, probabilmente, non si vaccinerà contro Covid-19. Nonostante da mesi virologi, infettivologi, epidemiologi e tutta la comunità scientifica ripetano che la vera arma di difesa da Sars-CoV-2, ma soprattutto l’unico modo per tornare a una forma di effettiva normalità non più scandita da ’fasi’, sia la vaccinazione di massa (appena un vaccino sarà disponibile), i dati che emergono da una ricerca dell’EngageMinds Hub dell’Università Cattolica parlano di una grande fetta della popolazione - pari al 41% - che colloca la propria propensione a una futura vaccinazione tra il "per niente probabile" e a metà tra "probabile e non probabile".

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Il team autore dell’indagine - condotta nell’ambito del progetto Craft della Cattolica, campus di Cremona - è coordinato da Guendalina Graffigna ed è composto da Greta Castellini, Lorenzo Palamenghi, Mariarosaria Savarese e Serena Barello. Ma l’indagine non si ferma qui, e tenendo al centro il fatto che 4 italiani su 10 si dicono poco propensi a vaccinarsi, confronta questo inatteso dato con altri elementi che portano l’analisi più in profondità.

La ricerca, condotta tra il 12 e il 18 maggio scorsi su un campione di 1.000 persone rappresentativo di tutta la popolazione italiana, e realizzata con metodologia Cawi (Computer Assisted Web Interview), sottolinea infatti che da un punto di vista territoriale lo scostamento tra le diverse aree del nostro Paese è modesto. Si può solo segnalare che, rispetto al dato nazionale, la propensione a non vaccinarsi risulta leggermente maggiore nel Centro Italia (43%).

Mentre più informazioni di approfondimento arrivano dall’incrocio del dato di base con i fattori socio-demografici. "In generale - spiega Graffigna, ordinario di Psicologia dei consumi e direttore del centro di ricerca EngageMinds Hub dell’Università Cattolica - i più giovani (34% contro il 41% del totale campione) e i più anziani (29% contro il 41% del totale campione) sono meno esitanti nei confronti della vaccinazione. Più cariche di dubbi, invece, risultano le persone tra i 35 e i 59 anni (48% contro il 41% del totale campione). Dalla ricerca non emergono particolari accentuazioni sulla base della professione: i pensionati e gli studenti si confermano meno diffidenti verso il vaccino; più esitanti invece gli operai e nella media impiegati e imprenditori". Ma quello che fa la differenza sembra essere la ’psicologia’: se confrontiamo le percentuali di chi è poco propenso a vaccinarsi fra i diversi sottogruppi del campione, si nota che chi è fatalista nella ’gestione’ della salute e ritiene che il rischio di contagio da Sars-CoV-2 sia fuori dal suo controllo è ancora più esitante rispetto alla possibilità di vaccinarsi (57% contro il 41% del totale campione), mentre al contrario chi è più ’ingaggiato’ si sente primo responsabile nella prevenzione del contagio e risulta più positivo e propenso verso la somministrazione del vaccino.

Ma a fare la differenza è anche la considerazione della vaccinazione come atto di responsabilità sociale: chi ha un approccio più individualista ed egoista alla gestione della salute, e non ritiene il vaccinarsi un atto di responsabilità sociale, tende a essere ancora più evitante verso l’ipotesi di un futuro programma vaccinale per Covid-19 (71% vs 41% del totale campione). Al contrario, appaiono decisamente più propensi della media coloro che ritengono che i loro comportamenti abbiano un valore importante per la salute collettiva. "Questi dati - conclude Graffigna - sono un campanello di allarme di cui tenere conto, soprattutto perché segnalano la necessità di iniziare sin da subito con una campagna di educazione e sensibilizzazione dedicata alla popolazione in cui aiutare a comprendere l’importanza di vaccinarsi contro Covid. Non si tratta solo di diffondere informazioni o di combattere fake-news sui vaccini. Ciò che va perorato, prima ancora di un atteggiamento positivo verso i vaccini, è la maturazione di un migliore coinvolgimento attivo verso la salute e la prevenzione, che passa dalla comprensione di come ogni nostra azione preventiva sia un atto di responsabilità sociale verso la salute della collettività".

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