Nel mondo dei social troppi selfie uccidono le amicizie

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In quale misura i nostri tanti amici/conoscenti presenti sulle piattaforme dei social network tendono a valorizzare alcuni aspetti della nostra vita digitale? In altre parole, quale peso ha la nostra attività sui social nella costruzione della nostra immagine pubblica per i follower?

cms_8589/2.jpgA cercare di fare chiarezza su questo aspetto è stato pubblicato sulla rivista Psychology of Popular Media Culture uno studio della Baylor University di Waco in Texas, che si è concentrato sull’analisi di quanto i nostri amici pongano attenzione alle nostre attività sui social media, ovvero il numero di follower, i ’Mi piace’ e altro ancora. I ricercatori americani si sono cimentati nel cercare di misurare e calcolare una possibile ricetta del successo, o dell’insuccesso, dei nostri profili. Per essere (apparire?) più popolari sui social innanzitutto bisogna capire quale sia la piacevolezza percepita da ogni utente da parte dei suoi amici e conoscenti digitali. Questa combinazione di rilevanza, empatia e genuinità nonostante la diversità fra uomini e donne, evidenzia alcuni elementi comuni: l’elevato numero di amici o follower, e i “Mi piace” e i commenti di apprezzamento espressi attraverso varie forme e manifestazioni. Le persone considerate più attraenti dal punto di vista dell’aspetto fisico, hanno un’alta soglia di gradimento ma, al contrario di quanto si possa pensare, in questa fiera delle vanità i selfie sembrano non aiutare granché; la ricerca ha infatti scoperto che gli utenti maniaci dell’autoscatto in solitudine, conseguono da parte dei loro follower o comunque amici, un più basso status di gradimento.

cms_8589/3.jpgI maschietti, inoltre, sfogliando i risultati dell’indagine accademica, sono più attenti all’aspetto esteriore rispetto alle donne, mentre quest’ultime risultano più sensibili al numero di follower, ai “Mi piace” e ai selfie. L’utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione sono ormai ad appannaggio della quasi totalità della popolazione mondiale, con punte di oltre il 90% tra i ragazzi tra i 14 e i 19 anni. La dipendenza da internet, patologia che colpisce in Italia 300mila ragazzi tra i 12 e i 25 anni, cresce a scapito della vita reale e di relazione, un ambito che come si è visto, dipende più da un aspetto esteriore che da caratteristiche interiori. In questo mondo parallelo alla vita di tutti i giorni, i nativi digitali vivono il proprio sviluppo identitario collegati a strumenti che non fanno altro che modellare il loro percorso emotivo, alimentare disturbi come l’iperattività, la sovrastimolazione sensoriale, il deficit di attenzione e far crescere una modalità di approccio ai sentimenti sfalsato e poco attinente al reale. Se da una parte la tecnologia ha permesso la creazione di enormi vantaggi per ciò che concerne l’acquisizione di conoscenze, d’altra parte rischia di non far svilupapre quelle che sono, in special modo in età adolescenziale, abilità emotive e di relazione. Fortunatamente il giovane utente dei social e il pubblico della rete sta cominciando a diventare maggiormente selettivo e a comprendere che forse un esibizionismo forsennato a colpi di selfie è un campanello d’allarme di come una determinata persona non possa essere adatta a un’amicizia scevra da un certo individualismo narcisista. Il valore fondante e peculiare del processo di conoscenza amicale e sentimentale di una persona è la reciprocità, un dare e un avere, più che un vanesio essere e un vacuo appartenere.

Andrea Alessandrino

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