OVAZIONE PER BERNARDO BERTOLUCCI: L’ULTIMA MASTER CLASS DEL BIF&ST 2018

Al regista il premio Federico Fellini Platinum Award for Cinematic Excellence

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“Esiste una specie di creatività informe, spesso definita caos, a cui si può dar forma solo realizzando film, brani musicali, romanzi e qualsiasi altra forma d’arte”. E’ la saggezza di Bernardo Bertolucci ad aprire l’ultima giornata del Bif&st 2018, subito dopo la proiezione, riservata alla stampa, del film “Ultimo tango a Parigiin versione restaurata. La struggente pellicola, diretta dal grande maestro, rivive in un formato che ne esalta l’eterno valore, finalmente esule da qualsiasi polemica e censura. La storia di passione e d’amore tra Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider) è un racconto sempre attuale, una rappresentazione autentica - per certi versi cruda e “senza filtri”, motivo per cui fu condannata al rogo - del drammatico intreccio tra due vite “a metà”, due solitudini che sanno compensarsi solo attraverso l’incontro carnale, folle ed estraneo alla realtà. “Rivederlo oggi è una grandissima emozione. Ripenso a quanto fosse facile, allora, produrre un film in tempi ristretti: le riprese durarono pochi mesi, dall’inizio del ’72 fino all’agosto dello stesso anno. E’ passata un’eternità, ma lo sto riscoprendo come se avessi finito di girarlo ieri. - commenta il cineasta - Quella presentata oggi è una copia bellissima, con aspetti innovativi ma dall’arietta un po’ vintage. E’ fantastico, d’altronde mi sento io stesso vintage! Verrà il giorno in cui, oltre che le pellicole, le cineteche e i centri sperimentali sapranno anche restaurare i registi. Allora sarò totalmente felice”.

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Nonostante l’età e le problematiche fisiche, che lo costringono a spostarsi su una sedia a rotelle, Bertolucci non ha perso la prontezza di spirito e l’ironia che lo hanno sempre caratterizzato. A chi gli chiede di narrare le vicende legate alla censura del film, il regista risponde: “In brevissimo tempo, la produzione riscosse grande successo in tutto il mondo. Solo in Italia fu sequestrata più volte, fino alla condanna per rogo, in seguito alla quale io, Marlon Brando e Alberto Grimaldi (il produttore, N.d.R.) perdemmo i nostri diritti civili per 5 anni. Fa un po’ impressione parlare oggi di una censura così severa, per fortuna molte cose sono cambiate”.

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La più grande rivelazione di quel film, forse, fu proprio il protagonista maschile, Marlon Brando. Ai tempi, l’attore stava vivendo un periodo “sfortunato” in ambito professionale, motivo per cui la Paramount si rifiutò di produrre il film dopo aver appreso della sua partecipazione. “Poiché non accettavano Brando, li salutai e bussai alle porte della PEA, ‘Artistes Associés’. Lì si respirava un clima totalmente diverso, in cui potevo disporre liberamente degli interpreti. - spiega Bernardo, spostatosi al teatro Petruzzelli per la Master Class delle 12:00 - Durante le riprese ci fu grande armonia tra i membri dello staff. Marlon aveva un atteggiamento protettivo, quasi paterno, nei confronti di Maria, e devo dire che mantenne un basso profilo per l’intera durata dei lavori. Era l’interprete perfetto per il personaggio che volevo rappresentare: un uomo disperato, incredibilmente solo e sopraffatto da un destino in parte già noto in partenza. Marlon era così: viveva per sua scelta una totale solitudine, era chiuso nel suo mondo fatto di musica e letture giapponesi”. Ad animare le rivelazioni del regista, alcuni divertenti aneddoti legati allo stesso protagonista: “Marlon non imparava mai a memoria il copione: col senno di poi, non so se lo facesse per via della sua scarsa memoria o per rendere i dialoghi più spontanei. Di solito, scriveva alcune parole chiave su una lavagna nera, posta strategicamente sopra la telecamera, da cui ricostruiva tutto il discorso. Spesso Maria, scherzosamente, si incollava in fronte un foglio su cui era stampata la parte del collega”.

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Allargando il campo d’interesse, il regista David Grieco, moderatore dell’incontro, chiede all’intervistato di descrivere per sommi capi il suo rapporto con gli interpreti. L’esaustiva risposta del maestro è un vero e proprio trattato di tecnica cinematografica, a tratti poetico, da cui emerge ancora una volta la sua grandezza di uomo e di serio professionista: “Non sono d’accordo con Alfred Hitchcock, il quale sosteneva che gli attori fossero ‘da trattare come bestiame’. Per poter rappresentare fino in fondo un personaggio, devi amare il soggetto verso cui è diretta la macchina da presa, perché è lui a dare corpo, carne, sangue e movimento all’idea da portare in scena. Fin dal primo incontro riesco a comprendere se un artista è adatto alla parte che intendo affidargli: se riesco a scorgere del mistero, se la persona che ho davanti nasconde dei segreti, vuol dire che sto facendo la scelta giusta. E’ importante fornire al personaggio scritto i misteri e i segreti dell’attore che lo interpreta, sfruttare il materiale umano a disposizione mescolandolo con le prerogative del personaggio che ho in mente. […] Per mia natura, essendo molto curioso e aperto alle novità, mi piace confrontarmi con le proposte degli attori, piuttosto che imporre il mio diktat”.

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Tornando indietro nel tempo, a Bernardo viene chiesto di ricordare un anno che, di certo, ha segnato per sempre non solo la storia d’Italia ma anche il suo percorso artistico: il ’68. “Allora avevo 27 anni, non ero un 18enne in piena ribellione, quindi mi limitai ad osservare le vicende dall’esterno. Certamente, senza il contributo di quel cambiamento culturale, l’Ultimo tango a Parigi non sarebbe mai esistito. Quel periodo ha sprigionato in me una forza che mi ha consentito di passare dal ‘cinema del monologo’, improntato sull’autoconfessione, a un’attività più aperta al dialogo con lo spettatore. Quell’anno portò con sé il sogno, per certi versi ingenuo, di poter cambiare il mondo, e ci riuscì in parte rispondendo al fisiologico bisogno di svecchiare la cultura”.

Lo scorrere dei minuti riporta al presente Bertolucci e Grieco. Parlando della rivoluzione digitale in ambito cinematografico, Bernardo fornisce un’opinione moderna e non convenzionale, scevra da qualsiasi tendenza alla nostalgia verso i tempi andati: “Il cinema, come un bebè, si è semplicemente evoluto. Ha imparato a parlare con l’introduzione del sonoro, ha acquisito colore e, infine, è giunto all’era del digitale. Oggi non si deve imitare la pellicola di un tempo, piuttosto si devono apprezzare le nuove risorse a disposizione”.

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L’ultima grande emozione della Master Class, capace di suscitare nel pubblico un’ampia e sentita ovazione, è la lettura, da parte del direttore artistico Felice Laudadio, delle motivazioni per cui si è conferito a Bertolucci il Federico Fellini Platinum Award for Cinematic Excellence: “A uno dei più importanti registi e sceneggiatori di tutti i tempi, […] capace di lasciare un segno importante nella coscienza di milioni di spettatori. Tutto il suo Cinema è sinonimo di Libertà. Il suo lavoro di intellettuale attento, lungimirante, libero dagli schemi, capace di trattare temi molto coraggiosi, ha influenzato come pochi altri intere generazioni di cineasti. Il Cinema di pochi autori è stato capace di generare tanta bellezza, intelligenza e vastità di seduzioni e fascinazioni come quello di Bernardo Bertolucci”.

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Il lunghissimo applauso del pubblico e l’abbraccio di Vittorio Storaro, accorso sul palco per congratularsi con lui, colmano il cuore di Bertolucci della stessa gioia che lui stesso ci ha donato con le sue meravigliose e controverse opere.

Federica Marocchino

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