Oms: "Desametasone è svolta scientifica"

In Italia sono 34.448 le vittime.Bassetti:"non ci sarà seconda ondata come a marzo".Iss: 3772 morti nelle Rsa.

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L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) accoglie "con favore" i risultati dei primi studi clinici condotti nel Regno Unito sul desametasone, un corticosteroide che si è dimostrato salvavita per i pazienti con forme gravi di Covid-19. "E’ il primo trattamento che ha dimostrato di ridurre la mortalità nei pazienti con Covid-19 che richiedono supporto per ossigeno o ventilatore", ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. "Questa è una grande notizia e mi congratulo con il governo del Regno Unito, l’Università di Oxford e i numerosi ospedali e pazienti nel Regno Unito che hanno contribuito a questa svolta scientifica salvavita".

cms_17941/desametasone.jpgIl desametasone è uno steroide utilizzato dagli anni ’60 per ridurre l’infiammazione in una serie di condizioni, tra cui disturbi infiammatori e alcuni tumori. E’ stato elencato nella Lista dei medicinali essenziali dell’Oms dal 1977 in più formulazioni, ed è attualmente fuori brevetto e disponibile in molti Paesi. I ricercatori hanno condiviso le prime opinioni sui risultati della sperimentazione con l’Oms "e non vediamo l’ora di completare l’analisi dei dati nei prossimi giorni", fa sapere l’agenzia, che coordinerà una meta-analisi "per aumentare la nostra comprensione generale di questo intervento". La guida clinica dell’Oms verrà aggiornata per precisare come e quando questo farmaco dovrà essere usato contro Covied-19.

I risultati dello studio sul desametasone "rafforzano l’importanza di ampi studi randomizzati di controllo che producono dati" concreti, conclude l’Oms, assicurando l’impegno per sviluppare terapie e vaccini salvavita per contrastare Covid-19.

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cms_17941/LOGO-PROTEZIONE-CIVILE-NAZIONALE.jpgAltri 43 morti in Italia per coronavirus. Le vittime dall’inizio dell’emergenza sono 34.448, secondo i dati della Protezione Civile. I dimessi e guariti sono 179.455, con un aumento di 929 unità. Il totale delle persone che hanno contratto il virus è di 237.828, con un incremento rispetto a ieri di 329 nuovi casi. Il numero totale di attualmente positivi è di 23.925, con un calo di 644 assistiti.

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Tra gli attualmente positivi, 163 sono in cura presso le terapie intensive, 14 in meno rispetto a 24 ore fa. Sono 3.113 le persone ricoverate con sintomi (-188) mentre 20.649 persone, pari all’86% degli attualmente positivi, sono in isolamento senza sintomi o con sintomi lievi.

Nel dettaglio, i casi attualmente positivi sono 14.972 in Lombardia, 2.385 in Piemonte, 1.345 in Emilia-Romagna, 680 in Veneto, 444 in Toscana, 244 in Liguria, 1.039 nel Lazio, 585 nelle Marche, 258 in Campania, 324 in Puglia, 58 nella Provincia autonoma di Trento, 805 in Sicilia, 99 in Friuli Venezia Giulia, 438 in Abruzzo, 87 nella Provincia autonoma di Bolzano, 18 in Umbria, 31 in Sardegna, 8 in Valle d’Aosta, 33 in Calabria, 62 in Molise e 10 in Basilicata.

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"Io credo che non ci sarà una seconda ondata simile a quella di marzo, ma che dovremo imparare a convivere con il Covid ed essere pronti ad affrontare nuovi casi nel prossimo autunno". Lo scrive su Facebook Matteo Bassetti, ordinario di Malattie Infettive dell’Università di Genova e direttore della Clinica malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova.

L’infettivologo prende in rassegna alcuni trattamenti usati contro Covid-19. "Il cortisone ha dimostrato di ridurre la mortalità del 30% nei pazienti ospedalizzati. Lo dimostrano i risultati dello studio inglese ’Recovery’ annunciati ieri alla stampa. Si tratta dello stesso studio che ha bocciato la clorochina, che è stata ritirata dal commercio anche da parte dell’Fda - osserva Bassetti - Buone notizie ulteriori anche su remdesivir che in un articolo pubblicato su ’Nature’ conferma che la sua somministrazione precoce possa ridurre il rischio di sviluppare una grave polmonite. Noi a Genova li abbiamo iniziati ad utilizzare entrambi dal principio inserendoli nel nostro protocollo di cura. Ci eravamo accorti dell’importanza del cortisone e del remdesevir nelle fasi precoci della malattia. Ci avevamo visto lungo - conclude - Sapere di avere farmaci e presidi che funzionano, ci fa essere ancora più ottimisti".

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"Nel totale dei 9.154 soggetti deceduti nelle Rsa, 680 erano risultati positivi al tampone e 3.092 avevano presentato sintomi simil-influenzali". In totale, dunque 3.772 pazienti. Lo rivela il report finale dell’indagine condotta dall’Istituto superiore di sanità (Iss) in collaborazione con il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie (Rsa). "In sintesi, il 7,4% del totale dei decessi ha interessato residenti con riscontro di infezione da Sars-CoV-2 e il 33,8% ha interessato residenti con manifestazioni simil-influenzali a cui però non è stato effettuato il tampone". "Il picco dei decessi" nelle Rsa italiane "è stato riscontrato nel periodo 16-31 marzo" 2020.

Il 21,1% delle Rsa ha avuto casi di positività per Sars-CoV-2 tra il personale della struttura. Complessivamente hanno risposto al questionario 1.356 strutture, pari al 41,3% di quelle contattate, che hanno riportato dati riferiti al periodo dal 1 febbraio al 30 aprile 2020. In particolare, alla domanda se fosse stata riscontrata positività tra gli operatori della Rsa hanno risposto 1.320 strutture e, tra queste, 278 (21,1%) hanno dichiarato casi di contagio tra il personale. Le regioni che presentano una frequenza più alta di strutture con personale riscontrato positivo sono: le Province autonoma di Bolzano (50,0%) e di Trento (46,7%), seguite da Lombardia (40%), Piemonte (25%), Marche (23,5%), Emilia Romagna (18,1%), Veneto (16,6%), Liguria (15,8%) Friuli Venezia Giulia (12,8%), Toscana (12,4%). Valori inferiori al 10% o uguali a zero per le altre regioni. Questa variabile - osserva l’Iss - risente delle politiche adottate da ciascuna Regione, e a volte da ciascuna Asl o distretto sanitario, sull’indicazione a eseguire i tamponi.

Carenza di mascherine e dispositivi di protezione, ma anche di personale sanitario, informazioni e farmaci. E difficoltà ad eseguire tamponi. Sono solo alcune delle criticità segnalate dalle Rsa italiane alle prese con la pandemia ed emerse dal report finale. Delle 1.259 strutture che hanno risposto alla domanda, 972 (77,2%) hanno riportato al momento del completamento del questionario la mancanza di dispositivi di protezione individuale, mentre 263 (20,9%) hanno riportato una scarsità di informazioni ricevute circa le procedure da svolgere per contenere l’infezione. Inoltre 123 (9,8%) strutture segnalano una mancanza di farmaci, 425 (33,8%) l’assenza di personale sanitario e 157 (12,5%) difficoltà nel trasferire i residenti affetti da Covid-19 in strutture ospedaliere. Infine, 330 strutture (26,2%) dichiarano difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da Covid-19 e 282 "hanno indicato l’impossibilità nel far eseguire i tamponi", si legge nel rapporto.

L’idagine ha esaminato anche le caratteristiche delle Rsa: in media sono risultati presenti 2,5 medici, 8,5 infermieri e 31,7 operatori socio-sanitari per struttura. Circa l’11% delle strutture ha dichiarato di non avere medici in attività nella struttura fra le figure professionali coinvolte nell’assistenza. Complessivamente, considerando le tre figure professionali, sono presenti mediamente 42,4 operatori per struttura. Mediamente sono stati riportati inoltre 74,8 posti letto per struttura, con un range da 8 a 667 posti letto. Le 1.356 strutture coinvolte nell’indagine hanno riportato un totale di 97.521 residenti alla data del 1 febbraio 2020, con una media di 72 ospiti per struttura (range 7-632).

Secondo quanto emerso dal report, quasi una Rsa su 10 non ha alcuna possibilità di isolare i pazienti con infezione Covid-19 confermata o sospetta. Alla domanda se fosse possibile isolare i residenti qualora sia confermata o sospetta l’infezione da Covid-19, hanno risposto 1.351 strutture. Un totale di 650 Rsa (48,1%) ha dichiarato di poter disporre di una stanza singola per i residenti con infezione confermata o sospetta. Il 30,7% (145) può isolare i pazienti raggruppandoli. Solo il 5,3% ha la possibilità di isolare i pazienti in una struttura dedicata. L’8,1% adotta una forma di isolamento differente dalle opzioni specificate (che erano stanza singola, stanza con raggruppamento pazienti, trasferimento in struttura dedicata, altro), ma per il 3,1% si tratta di combinazioni delle modalità indicate. Circa l’8%, ovvero 104 strutture, dichiara di non avere la possibilità di isolare i pazienti.

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