PENSARE ALL’INFINITO

Quando immaginare diventa un’abilità

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“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte de l’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura.

E come il vento odo stormir tra queste piante io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morti stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei.

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio; e il naufragar m’è dolce in questo mare”

(L’Infinito di Giacomo Leopardi)

cms_12940/DSC_2838.jpgCaro Lettore,

ci ritroviamo su I Sentieri di Psiche e, come di consueto camminiamo guardando con attenzione ciò che ci circonda: ad un tratto vediamo di fronte a noi un muretto che dovremmo oltrepassare per continuare il nostro percorso; ma ora prendiamoci un istante, fermiamoci e riflettiamo…Il muretto sulla strada ci obbliga in qualche modo a fermarci e a porre un limite al nostro frenetico camminare: oggi è proprio del concetto di limite che vorrei parlarvi.

Raramente mi accade di affrontare tematiche relative a fatti di cronaca, ma questa volta farò un’eccezione perché sono rimasta sconvolta dalla notizia dei due ragazzi deceduti in un incidente stradale subito dopo aver fatto una diretta su Facebook in cui esibivano il fatto che stavano correndo a più di 200 Km all’ora per andare in discoteca incontro alla droga, come da loro stesso dichiarato. Inoltre nel video i ragazzi si chiedono se debbano fermarsi e si rispondono di no perché li sta aspettando lo sballo; la strada è pulita – dicono – e la macchina che conducono è un mostro: si un mostro che li porterà alla morte da lì a pochi secondi.

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Appena sentita la notizia, è stato inevitabile per me iniziare a pormi delle domande e soprattutto a riflettere sul concetto di “limite” sul suo significato più profondo e sulla sua funzione nella vita di ogni individuo; come spesso mi capita, ho trovato spontaneamente delle idee che hanno combaciato con questo concetto: qualche giorno fa guardavo il mare, pensavo alla sua immensità e ho ricordato un sogno ricorrente di anni fa e cioè di ritrovarmi in mezzo al mare di notte che nuotavo e poi d’improvviso mi svegliavo soffocata da emozioni controverse. Il mare nella sua vastità non ha limiti e nello stesso tempo ci rimanda al concetto di liquido fetale in cui ognuno di noi si è sviluppato nel grembo materno.

Penso che il nostro agire quotidiano sia determinato da alcune cose imprescindibili come il limite. Ma chi ci insegna cosa sia il limite e quale sia la soglia da non oltrepassare? Il ruolo educativo dei genitori dovrebbe essere proprio quello di fornire un adeguato e soddisfacente accudimento per un sano sviluppo e compimento del ciclo vitale e in questo rientra anche l’insegnamento e l’apprendimento del concetto di limite.

Ho iniziato con le parole de L’infinito di Leopardi perché mi ha affascinato la sua storia: il poeta sperimenta la sensazione concreta di non riuscire a vedere oltre l’orizzonte per la presenza di una siepe sul monte Tabor a Recanati; così, il poeta è in qualche modo portato a immaginare uno spazio infinito: si siede, riflette, finge il pensiero e cioè inizia a immaginare cosa ci sia all’orizzonte; ma il pensiero immaginifico di Leopardi non va confuso con una dimensione di totale irrealtà o virtualità poiché è il frutto del suo pensiero. Oggi, i ragazzi vivono una dimensione della realtà diversa rispetto a quella vissuta da noi negli anni passati: Bauman parlò di società liquida intuendo che all’interno del mondo liquido l’individuo post-moderno vive come immerso in un mare di relazioni, abilità e conoscenze in continua evoluzione, dalla validità temporanea, dall’approccio consumistico del take away che lo abituano proprio come i liquidi a mutare forma in base al contenitore che lo rende visibile e contiene mentre lo rendono incapace di di assumere forme di identità stabili e solide. Si parla dunque di post-modernità tecno liquida in cui la rivoluzione digitale e la virtualizzazione della realtà intercettano esaltano e plasmano alcune peculiarità dell’uomo liquido: narcisismo, velocità, ambiguità, ricerca di emozioni forti e il bisogno di infinite relazioni cosiddette light: assistiamo quindi alla sostituzione della parola relazione con quella di connessione.

A tal proposito cito alcuni aspetti della teoria di Cloninger secondo cui la nostra personalità è composta da temperamento e carattere: il primo si eredita geneticamente, il secondo viene plasmato dalle esperienze vissute; i costrutti più importanti della teoria sono l’esistenza della Novelty Seeking (ricerca della novità) che si esplica in una forte tendenza a stati euforici e forte eccitamento di fronte a stimoli nuovi e della Harm avoidance (evitamento del danno). Da un’osservazione fatta un po’ di anni fa presso la Clinica psichiatrica del Policlinico di Bari, osservammo che spesso dai test dei pazienti, soprattutto quelli dipendenti da sostanze, c’era un’associazione tra livelli alti di novelty seeking e bassi livelli di harm avoidance: da questo si è pensato di poter ipotizzare che coloro che ricercano la novità ad ogni costo inevitabilmente sono caratterizzati anche da uno scarso evitamento del pericolo. Questo dato ci porta a pensare al video postato dai ragazzi deceduti nell’incidente per la loro totale incoscienza e mancanza di ogni limite, inteso psicologicamente e anche in termini di velocità.

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I nostri ragazzi stanno perdendo la capacità di immaginare il loro infinito; oltre la realtà c’è la connessione, c’è il desiderio di esibire la propria presunta forza per compiacere chi? Io penso che nel profondo del loro vissuto, gli adolescenti cerchino approvazione e riconoscimento da parte delle figure di riferimento: genitori e docenti; nessuno è esente da questa grande responsabilità; molto spesso i genitori chiedono aiuto poiché i loro figli sono divorati dai giochi in internet confondendo la realtà con la virtualità. Nel corso di queste stesse terapie, mi rendo conto però che nello stile educativo di queste famiglie c’è una crepa e cioè la mancanza assoluta di autorevolezza; quest’ultima infatti nasce dalla capacità di rimproverare, redarguire, spiegare e negoziare per poi accarezzare e proteggere; essere autorevoli non significa essere severi ma vuol dire accogliere amorevolmente la reazione emotiva di tuo figlio che non sta tollerando la frustrazione di un no o che non accetta una regola.

Dalle regole nasce il limite e dal limite nasce la consapevolezza che non possiamo permetterci tutto, che dobbiamo imporre a noi stessi dei paletti, dei muretti che non rappresentano ostacoli ma opportunità di crescita e di prospettiva.

Penso che sia il momento di insegnare ai nostri ragazzi ad immaginare cosa ci sia oltre l’orizzonte dei limiti che noi adulti, però, dobbiamo tracciare sul loro sentiero, affinchè possano crescere e fortificarsi.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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