PERCHÉ SANREMO È SANREMO?

A pochi giorni dal Festival, sono molti i dubbi sulla 70ma edizione della kermesse canora italiana

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A pochi giorni dal Festival di Sanremo, ho raccolto una serie di impressioni, o forse è meglio dire emozioni, perché in fin dei conti il festival della canzone italiana rappresenta sempre più, almeno da quando la tv ha iniziato a essere a colori, un vero “stato emozionale”. L’emozione è un sentimento che può suscitare commozione, ma anche turbamento. Ho ascoltato le opinioni di parenti, amici, persone incontrate dall’edicolante o al bar, ma anche di giovani in palestra, rilevando una netta divisione di vedute su tutto. Se escludiamo la fascia di età tra i 15 e 20 anni, al restante campione, il festival piace oppure no, diverte o annoia, è conservatore o politicamente corretto, ricco o povero (ma non ha nulla, a che vedere con i Ricchi e Poveri), di qualità o scadente, inguardabile o da tenere incollato lo spettatore alla poltrona fino all’ultima puntata. Se è vero che più se ne parla e più cresce l’attenzione e l’interesse nei confronti di qualcosa o qualcuno, l’obiettivo di avere un’audience alto, quanto meno in apertura di serata, è già una meta raggiunta. Sia ben chiaro, però, che questo stato di malessere o benessere non si manifesta da sempre.

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L’evolversi della musica nei suoi generi, la spettacolarizzazione della tv e il cambiamento che c’è stato sin dagli anni ’70 nel modo di intrattenere il pubblico a casa, ha cambiato la percezione dello spettatore riguardo al vero significato di una competizione musicale: ascoltare le novità preferendo la migliore canzone anche negli acquisti. La spettacolarizzazione televisiva, infatti, ha preso lo spettatore buttandolo nella mischia e rendendolo partecipe dell’evento. Dotandolo persino di televoto e di sms per contribuire alla scelta del vincitore. E su questo ci sarebbe molto da dire, perché, come in politica, alla fine la scelta di pancia del popolo televotante non coincide quasi mai con la scelta coerente ed onestamente intellettuale del voto della giuria demoscopica e degli addetti ai lavori.

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Dopo il periodo Baudiano, l’altro punto su cui il pubblico si divide, è quello del presentatore (e del suo cachet, soprattutto). Chi presenta è anche direttore artistico. E questo è un altro punto su cui avrei molto da dire, perché non sempre le scelte degli organizzatori sono state ponderate, scegliendo il personaggio televisivo del momento privo di background ed esperienza conduttiva di un evento trasmesso in eurovisione e in prima serata sulla rete ammiraglia della Rai. Se escludiamo Pippo Baudo nel 2002 e 2003, l’ultimo ventennio ha visto salire sul palco dell’Ariston personaggi non proprio all’altezza della situazione. A. mio parere, l’unico che è riuscito a mettere d’accordo tutti, almeno per le scelte artistico-musicali, è stato Claudio Baglioni.

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È stato l’unico conduttore ad aver portato l’appassionato e il curioso a seguire puntata per puntata il Festival, senza distoglierlo dall’elemento caratterizzante un festival canoro: la musica. Quest’anno è la volta di Amadeus, strappato dai “Soliti Ignoti” per una conduzione che si preannuncia irta di polemiche. Tra scelte artistiche dubbiose e vallette (perché questo è il termine più appropriato per le dame che affiancheranno il conduttore) senza arte e né parte. Amedeo Sebastiani, alias Amadeus, dovrà cercare di sorprendere tutti in questa 70esima edizione del Festival di Sanremo per evitare di cadere da quel piccolo piedistallo sul quale è salito grazie a programmi precostituiti dal sapor nazional-popolare.

(Foto dal Web)

Umberto De Giosa

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