PIERPAOLO PASOLINI PROFETA---"VIVO" FRA I GIOVANI TRIESTINI

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Poteva sembrare uno spettacolo inusuale quello dell’affollamento del celebre Caffè San Marco da parte di tanta bella gioventù Triestina accorsa ad ascoltare la lettura di brani dell’opera letteraria di Pier Paolo Pasolini. Eppure, c’era da aspettarselo; non tanto perchè si sarebbe trattato della attestazione di “vicinanza” alla notorietà del poeta-regista originario della Friulana Casarsa; quanto, piuttosto, per il fatto che proprio i giovani sperimentano oggi quel mondo che Pasolini era andato delineando con la sua arte profetica per cui, in vita, fu fatto segno soprattutto ad incomprensione, dissenso, critiche feroci, vilipendio, solitudine spesso emergente dal suo guardare affranto e consapevole: semi che diedero aspro acume al suo pensiero e dai quali, preludio anche di martirio in ogni epoca, germinò la tragica fine impietosa del corpo straziato e oltraggiato il 2 Novembre 1975.

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A distanza di quarant’anni da quel delitto di cui non sono mai state chiarite le componenti omofobe, sessuali, politico- massoniche; a conferma del pronostico di Edoardo De Filippo secondo cui anche gli oppositori avrebbero capito cosa si era perso, allora, con la sua morte; il raffinato pensiero dell’intellettuale troppo a lungo controverso è stato rivalutato nel tempo ed è più che mai attuale; come dimostra l’interesse tributato, anche dai giovani, alla complessa opera letteraria e cinematografica da cui emerge il Pasolini poeta romanziere e regista nel travaglio dell’intima consapevolezza delle sue tendenze contraddittorie, in una contemporaneità di cui rinnegava l’appiattimento della crescente “omologazione”, così nella cultura come nella trasformazione antropologica che, fra gli anni cinquanta e settanta, andava attuandosi nella società Italiana.

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Contrapponendosi a tutto ciò in cui vedeva scivolare e perdersi ogni identità; anzi, additando il valore fondante dell’identificarsi secondo contenuti originari cui necessariamente fare riferimento; già nelle sue poesie dialettali, attraverso l’idioma friulano, aveva ricercato “una melodia infinita” che, nell’essenzialità dei versi, di volta in volta scolpisse un intimo sentire un paesaggio e quant’altro fosse evocato; al pari di “rosa” e “rugiada” in assonanza con la “Rosada”. Così pure, amando la cultura classica, nelle opere sceniche ne aveva ricalcato i canoni del teatro greco; mentre, avendo la cultura greca come modello di sommità intellettuale etica e politica, ne rimpiangeva la non applicabilità all’Italia dove un popolo dimentico della vera libertà sembrava vorace solo di mettersi in catene; schiavo di un potere - forza anarchica capace di fare ciò che volesse. In più, con spirito che non temeva di essere visto come reazionario, si era spinto sino alla provocazione nel dimostrare come quelli che apparissero buoni potessero, invece, essere cattivi, e viceversa; avendone tratta una metafora profetica nella confusione della puzza del petrolio con quella del sesso che, con lo sfondo delle orge, sarebbe stato il tema centrale dell’opera incompiuta “Petrolio”.

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Ma, soprattutto, emergendo proprio dall’ibridazione derivante dalle due forme creative dell’arte scenica e di quella letteraria messe insieme, l’originalità di Pasolini è ravvisabile nel profetizzato avanzamento della “società consumistica” in cui andava a perdersi la continuità storico-culturale fra la cultura dell’ elìte intellettuale, avanguardia del pensiero, e la cultura popolare contadina; le stesse che, ormai livellate dal dilagante modello “piccolo borghese” in cui si perdeva la distinzione dal sottoproletariato aspirante alla borghesia, non avevano più la capacità di fronteggiare gli alterni poteri, l’una con la critica e l’altra con lo spontaneo distanziarsene. Come inciso nelle opere cinematografiche di “Accattone” “Mamma Roma” e nell’opera letteraria “La ballata delle madri”, Pasolini andava rilevando lo svilimento della figura genitoriale colta nel tendere, soprattutto, alla introduzione dei figli nella borghesia post fascista quale sinonimo di buon avvenire; venendosi a perdere la capacità di riferimento alla propria identità nella “omologazione” stile di vita discendente dal “fascismo neotecnocratico”, forma differenziatasi dal “fascismo fascista”; come descritto nell’articolo “Le lucciole” compreso negli “Scritti Corsari”. Altrettanti elementi precognitivi Pasolini aveva disseminato nella raccolta di articoli di critica letteraria “Descrizioni di descrizioni” in cui, confrontandosi con testi altrui che analizzava ragionando in modo serrato su frasi e idee, ne ricavava giudizi sugli autori, rivelatisi ancora più veri a distanza di tempo; anche nel caso in cui, all’epoca, fossero stati ritenuti impietosamente esagerati.

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Pertanto, non essendo rifuggito dall’avere aspramente messo all’indice tutto ciò che vedeva confluire nel “consumismo di matrice borghese”, per cui era andato contro interessi economici precipui scagliandosi: tanto contro l’industrializzazione e la cementificazione selvaggia con gli abusivismi edilizi che stavano procurando tanti danni all’Italia; quanto contro l’avvento dei mass media fra i quali la televisione considerata deriva della comunicazione; altresì, a causa di prese di posizione assunte coraggiosamente in base alla sua troppo alta visione intellettuale e con il suo porsi al di là dei limiti approvati dalla società contemporanea, risultando in confliggenza con la difesa di valori, quantunque spenti rispetto ai contenuti originari; Pasolini era condannato all’isolamento spirituale in un mondo che vedeva perdersi e in cui, emulo del tanto ammirato Dante, immaginava di essere in viaggio, esaminando l’allontanarsi dalla “luce” travasato con impietosa analisi nei due canti de ‘’La divina Mimesis”.

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In definitiva, il raffinato intellettuale sempre più emarginato era andato sperimentando proprio su di sè l’estrema solitudine che, nell’opera cinematografica “lI Vangelo secondo Matteo” all’epoca anch’essa coralmente criticata, aveva voluto ambientare nel paesaggio, brullo di pietre e polvere, di una Matera assurta ad orto del Getsemani permeato dalla straziante attesa, in completo abbandono, del Gesù di Nazharet “scolpito” proprio a somiglianza del Pasolini intransigente e implacabile con se stesso e con quelle debolezze del suo mondo che, forse sapeva, sarebbero state le stesse dell’epoca attuale.

Rosa Cavallo

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