PRIMAVERA ARABA, TRE ANNI DOPO

E mentre in molti Paesi del Medio Oriente e dell’Africa si continua a morire, l’Europa non c’è

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Come da consuetudine, anche oggi leggo le notizie riportate sui quotidiani italiani e quelle riportate sul web, ormai, quest’ultimo, il canale informativo dominante nella società digitale.

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La mia attenzione è catturata da una notizia ANSA di qualche ora fa, venerdì, 23 maggio e che qui riporto fedelmente: “Ventidue persone sono rimaste uccise a Deraa, nel Sud della Siria, in seguito a un bombardamento dei ribelli su un raduno di sostenitori del presidente Bashar al-Assad, impegnato in questi giorni nella sua campagna per le elezioni del tre giugno: lo ha reso noto la Ong Osservatorio siriano dei diritti umani aggiungendo che l’attacco ha provocato anche 30 feriti”. Ancora sangue, ancora stragi, ancora morti innocenti. Dal Marocco alla Siria, dallo Yemen alla Giordania, l’onda sanguinosa delle rivoluzioni 2.0 continua inarrestabile da tre anni.

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Apertasi tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 e battezzata come “Primavera araba”, le proteste contro la corruzione dei poteri, la tirannia, la monocrazia che generano assenza di libertà, violazione di diritti umani, ma soprattutto condizioni di vita molto dure che, in molti casi, rasentano la povertà estrema, cavalcano l’onda del malcontento popolare, si traducono in desiderio di rinnovamento del regime politico e affratellano l’intero universo arabo. Un fenomeno di dimensioni e implicazioni tali da aver mutato non solo gli equilibri interni al mondo arabo, ma anche quelli con le potenze internazionali, con Stati Uniti ed Europa in primis.

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Già, perché impossibile non riconoscere nella catena di insorgenze contro i regimi dittatoriali, nelle entusiasmanti rivolte popolari, nelle manifestazioni di massa senza precedenti, seppur a caro prezzo, seppur cadute nella spirale della repressione sanguinosa e nella guerra civile, come accade da tre anni in Siria, un mirabile tentativo di democrazia partecipativa che ha modificato il panorama geopolitico mondiale; impossibile non riconoscere nella caduta di Gheddafi in Libia, nella caduta del regime di Mubarak in Egitto, di Ben Alì in Tunisia e di Saleh in Yemen il motore di un cambiamento degli stessi equilibri internazionali, il propulsore che ha finalmente offuscato la teoria eurocentrica circa la immaturità delle popolazioni arabe all’indipendenza e alla democrazia.

cms_735/Marzouki.jpgCerto, i processi rivoluzionari si dispiegano in un arco di tempo lungo; è anche possibile che i risultati non producano gli effetti desiderati; è possibile anche che ogni rivoluzione porti con sé una contro-rivoluzione. Ma quando, dopo anni di lotte, di dura repressione, di sangue versato, si legge che l’attuale presidente tunisino, Moncef Marzouki firma la nuova Costituzione, decretando con l’articolo 20 l’uguaglianza dei diritti e dei doveri tra i due sessi, si è assaliti dalla forte consapevolezza che siamo al debutto della democrazia; che le rivoluzioni, le lotte, le rivolte servono per una straordinaria presa di coscienza collettiva; rappresentano uno straordinario potere di parola collettiva che esige, cerca e trova giustizia, dignità, libertà. In una parola, democrazia.

cms_735/20110520002520!Bashar_al-Assad.jpgE poi c’è la Siria. C’è Bashar al-Assad. Ci sono i ribelli. C’è la guerra civile che va avanti da quasi tre anni. Ci sono gli oltre 150mila morti, di cui circa 8mila bambini. Ci sono i circa 8 milioni di profughi in fuga dalle bombe e dalle persecuzioni. C’è un paese messo in ginocchio da una guerra che ha effetti catastrofici sulla vita sociale, economica e culturale. E c’è l’incomprensione di noi tutti, inorriditi e inermi spettatori di uno spettacolo cruento e indecente. E’ una nazione dalla delicata composizione etnica e religiosa la Siria.

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In massima parte costituita da arabi, la popolazione siriana comprende anche curdi, armeni e altre minoranze. La lingua ufficiale è l’arabo, ma all’interno dei suoi confini si parlano il circasso, l’aramaico, l’armeno, il curdo e anche il francese. Dal punto di vista religioso i sunniti rappresentano la maggior parte della popolazione, ma nel Paese vivono pure cristiani, ebrei, drusi. E vivono gli alawiti, una setta sciita potentissima che ha dato i natali a Bashar al-Assad.

cms_735/images_(1).jpgIniziate nel febbraio 2011, sulla scia delle proteste che in Medio Oriente e Nord Africa assumevano il profilo della Primavera araba, una serie di manifestazioni anti-regime siriano, organizzate attraverso i social network, appaiono timidamente fino, da lì a poche settimane, a sfociare in proteste e insurrezioni senza precedenti, duramente represse dal regime. Da quel momento ad oggi, la rivolta contro Bashar al-Assad si è trasformata gradualmente in una sanguinosa guerra civile, dai difficili e fragili contorni, la cui distinzione in giusto e ingiusto, bene e male, legittimo e illegittimo, risulta impresa ardua.

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Oggi, dopo il fallimento della conferenza di pace sulla Siria, Ginevra 2, organizzata dalle Nazioni Unite per provare a chiudere la guerra civile siriana attraverso un governo di transizione che potesse includere rappresentati del regime e dei ribelli, resta la speranza che almeno venga rispettata la scadenza del 30 giugno, data entro la quale, nel rispetto degli accordi raggiunti lo scorso settembre da Russia e Stati Uniti, la Siria deve eliminare tutte le sue armi chimiche.

cms_735/images_(2).jpgIntanto, mentre si continua a combattere e a morire, l’Europa dov’è? Esiste una Europa politica? Esiste una politica estera europea? Certo, esiste un Alto Rappresentante (Catherine Ashton), esiste un Servizio di azione esterna (EEAS), esiste una volontà ad intervenire. Non esiste tuttavia una vera politica estera comune, capace di una effettiva autonomia decisionale. Così come non esiste una politica comune sull’immigrazione e sull’asilo. Ancora di più, non esiste una vera politica di accoglienza. E quello a cui assistiamo è l’indifferenza.

cms_735/migranti.jpgL’indifferenza che si traduce nella mancanza, o quasi, di accoglienza non per chi approda sulle nostre terre per il sogno di una vita migliore, ma per chi vuole sopravvivere, per chi sta scappando dalla guerra e dalla fame. Nonostante lo stanziamento di poche decine di milioni di euro da parte dell’Unione Europea, l’esistenza di Frontex (l’Agenzia dell’Ue per il controllo delle frontiere esterne) e l’operazione Mare Nostrum, le istituzioni italiane ed europee appaiono impotenti dinanzi ai flussi migratori provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, così come, inadeguate a creare condizioni di stabilità nei percorsi di accoglienza e di regolarizzazione dei migranti, risultano le normative italiane ed europee. Una vera cultura dell’accoglienza è necessaria perché veicolo di una autentica integrazione e di una coesione sociale che ci rende cittadini consapevoli di appartenere ad una comunità globale.

cms_735/lampedusa1.jpgNella emergenza umanitaria, il cui drammatico panorama si identifica soprattutto con una generalizzata ignavia dell’intera comunità internazionale, tuttavia esiste, seppure in minima parte, una realtà diversa. Oltre all’oscena pratica dei respingimenti dei barconi dei migranti; oltre alle immagini dei centri di prima accoglienza ma anche dei Cara (centri di accoglienza per richiedenti asilo) utilizzati oltre la loro capienza, trasformati quasi in veri e propri centri di detenzione; oltre al volto disumano di una Italia che ha istituito la detenzione per coloro i quali hanno la colpa di essere clandestini (reato abrogato solo ad aprile scorso), oltre c’è un’Italia che ha dimostrato di essere più evoluta della politica.

cms_735/SAN-FOCA-BASTA-GASDOTTO-issata-la-bandiera-dItalia-in-mare.jpgC’è un’Italia dalla cultura fatta di pace e di accoglienza, un’Italia che non ha paura della diversità. C’è un’Italia che ha scelto le vie dell’accoglienza e dell’integrazione. Come accade a L’Aquila, Napoli e Milano che hanno deciso di concedere la cittadinanza onoraria ai figli dei migranti o come accade in un piccolo comune di Potenza, Latronico, che, dopo essersi aggiudicato il bando per la gestione di un progetto Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ospita 15 famiglie siriane che sono seguite e sostenute allo scopo di un efficace inserimento lavorativo ed una effettiva integrazione nella comunità locale. Perché il percorso dell’inclusione è l’unico che può trasformare la diversità in ricchezza e risorsa, anche da un punto di vista economico; è l’unico che può percorrere la strada del cambiamento, formando una generazione di nuovi italiani capaci di immettersi nel mondo del lavoro e della società civile. Seriamente.

Mary Divella

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