PROPOSTE DI LETTURA: DANTE ALIGHIERI

Paolo e Francesca (Inf, c. V)

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In una pubblicazione degli anni ’90 Mauro Ferrari stila una classifica ideale e – per sua stessa ammissione – niente affatto completa della poesia mondiale, ponendo al primo posto un terzetto di “sommi”: Dante, Shakespeare e Omero.

cms_19966/1.jpgSiamo dunque a Dante Alighieri (1265-1321), tuttavia l’atto di battesimo data 1266, Sabato Santo. Non è possibile concentrare in poche righe l’attività di Dante poeta, filosofo, teologo, politico, padre della lingua italiana, né citare un semplice elenco delle sue opere, perché i rimandi, i collegamenti, i risvolti interdisciplinari sono tali e tanti che sovrastano i nostri modestissimi mezzi divulgativi. Sposato a Gemma Donati (con prole), probabilmente non le dedicò neppure un verso, mentre nessuno al mondo ignora il nome di Beatrice. La diffusione a livello planetario delle sue opere è strabiliante, e le pubbliche letture della sua “Commedia” innumerevoli: tra le altre Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Roberto Benigni. Il primo ieratico, il secondo composto e solenne, il terzo goliardico e forse eccessivo. Da non dimenticare o trascurare l’interpretazione di Nando Gazzolo e di Ugo Pagliai; accettiamo consigli e siamo disposti al dibattito: sugli interpreti, non su Dante. Segnaliamo inoltre la pagina Facebook “Dante Alighieri racconta la politica”, invitandovi a mettere un like: vi sorprenderà. Pubblichiamo l’ultima parte del canto V. Dante, più di tanto, non si può tagliare.

Dal Canto V: II cerchio: i lussuriosi; Paolo e Francesca

(…)

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Raffaele Floris

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