PROPOSTE DI LETTURA – MARIO LUZI: DENTRO L’ANNO

Per il nulla in cambio

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DAL FONDO DELLE CAMPAGNE salgono nebbiosi echi di una vita mai notata prima, di mille umili fatiche patite per il nulla in cambio, perché la terra avesse di che dirsi un orto, perché un fuoco illuminasse i propri volti nell’oscurità, eroicamente scongiurando la ferita del non essere” Valerio Nardoni.

cms_19199/LUZI.jpgMario Luzi (1914 – 2005) poeta, drammaturgo, critico, senatore a vita e Nobel mancato, dalla produzione vastissima e rigorosa, è protagonista di un viaggio poetico teso alla rivendicazione delle straordinarie possibilità della parola in un’epoca che pare averne smarrito il senso. Toscano, frequenta le scuole primarie nel grossetano e nel senese, l’università a Firenze. L’esordio è fra gli ermetici (Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Carlo Bo, Leone Traverso, Cristina Campo,con cui ebbe una relazione sebbene fosse già sposato). L’esordio come poeta degli anni ’30: per fortuna non mancano notizie dettagliate sulla sua produzione letteraria, e in questo caso il web è un serbatoio adatto cui attingere, anche perché non si possono condensare in poche righe notizie bio-bibliografiche così estese. Un’intervista a Pier Vincenzo Mengaldo, rilasciata al mensile POESIA (Anno 1 numero 1) va tuttavia ricordata, oltre che per la chiarezza, anche per la risposta alla domanda “”Dell’ultimo Luzi?” “Mi lascia un po’ perplesso”: sicuramente alludeva a “Per il battesimo dei nostri frammenti”, che a noi invece non dispiace affatto). Nel 1997 vinse il premio Nobel...Dario Fo! Le polemiche non mancarono, né da parte di Luzi, né da parte degli ambienti letterari che lo avevano sostenuto.

Leggiamo comunque “Dentro l’anno” (Dal fondo delle campagne, 1956-1960). Il senso della fine è incombente, ma lo sguardo delicato e potente sulla quotidianità sembra in parte riscattarne l’angoscia. Ogni immagine è nitida, priva di retorica (a motore acceso, due parole d’addio, a tutto gas la curva; i ragazzi sotto casa, il gelataio): anche quando “i gelsomini sentono più forte.” Tutti i versi sono endecasillabi, tranne il quart’ultimo che è ipèrmetro (dodici sillabe). Sembra un inciampo, una zeppa, un qualcosa di troppo. Ma il poeta ci avverte: “Tutto giusto”!

Dentro l’anno

In fretta in fretta, ed a motore acceso,

due parole d’addio, due frasi fiacche

sui tempi d’una volta, sui caduti

per via, non per questo meno vivi

dei vivi "perché immortale è l’infanzia".

Scendo e già infili a tutto gas la curva.

E’ quell’ora tra desinare e cena

che i ragazzi sotto casa concertano

che fare dello scorcio di domenica.

Il gelataio riammonticchia i coni,

spinge il triciclo, suona la sua tromba.

Esce sole, va giù sotto la coltre,

pioviscola, la polvere spruzzata

sente forte, i gelsomini sentono

più forte, il grano è alto come deve

a questo punto dell’anno. Tutto giusto,

cifra su cifra della somma, esatto

al millesimo: o almeno così pare,

almeno così il cuore è pronto a credere.

Raffaele Floris

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