PROPOSTE DI LETTURA – SALVATORE QUASIMODO: I MORTI

Di Raffaele Floris - Poeta e scrittore

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cms_19047/b.jpg“I premi letterari fanno più male che bene, tanto a chi li riceve quanto a chi ne viene privato.” (Raoul Precht). Fu così anche per Salvatore Quasimodo (1901 – 1968, Premio Nobel 1959), la cui avversione nei suoi confronti superò di gran lunga i demeriti. Il suo percorso poetico parte da echi dannunziani e pascoliani, attraversa gli ermetici e i neorealisti e si allinea infine alle correnti letterarie allora egemoni “restando a metà fra solennità insistita e immagine preziosa, ma meramente decorativa” (G. Barberi Squarotti, il cui parere è per noi dirimente). Ma un conto è esercitare una critica – che può anche diventare stroncatura – un altro conto è il livore, l’antipatia, l’ingenerosità spocchiosa o l’invidia. Mal si sopportava che Quasimodo, un semplice geometra, avesse successo di pubblico.

Ungaretti e Montale, a lui indiscutibilmente superiori, non fecero complimenti, e d’altronde la rivalità era antica: “un clown capace solo d’imitazioni ed esercizi di retorica”; “c’è un modo e un quasi-modo di far poesia” (straordinaria questa ironia!). D’altronde Quasimodo ribatteva: “Ungaretti non è che un pazzo, figura secondaria nella nostra poesia” (su questo punto non possiamo che dissentire!) Come fiorettisti niente male! Sino a giungere al più classico dei paradossi italiani: la critica di sinistra lo difende, De Robertis lo stronca. D’altronde Quasimodo, che sin dal 1926 strinse amicizia con due colleghi del Genio Civile, i fratelli Misefari, uno comunista l’altro anarchico, pur non partecipando attivamente alla resistenza, a partire dal 1946 si iscrisse al PCI. Comunque l’onesto Carlo Bo lo stima, anche perché le traduzioni di Quasimodo dei classici greci sono, secondo molti, di altissimo valore.

cms_19047/a.jpgLa poesia che proponiamo questa settimana è inserita nella raccolta “Ed è subito sera”; I morti è un componimento in novenari, calibratissimo, di ascendenze pascoliane. In particolare al verso 7 si noti il lemma “bevevano” (sdrucciolo, dopo l’accento sulla “e” ci sono altre due sillabe). Questa ipermetria è compensata al verso 8, che ha otto sillabe anziché nove; il verso 6 è invece un doppio senario: il ritmo si fa incalzante quanto più il panorama desolato della natura è imprigionato nella morte. Vale la pena rileggerlo? Certo che sì, considerato lo scenario futuro. Futuro di allora, presente di oggi.

I morti

Mi parve s’aprissero voci,

che labbra cercassero acque,

che mani s’alzassero a cieli.

Che cieli! Più bianchi dei monti

che sempre mi destano piano;

i piedi hanno scalzi, non vanno lontano.

Gazzelle alle fonti bevevano,

vento a frugare ginepri

e rami ad alzare le stelle?

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