PROPOSTE DI LETTURA - GIOSUE’ CARDUCCI

Traversando la maremma toscana

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cms_20174/Giosuè_Carducci2.jpgGiosuè Carducci (1835 – 1907), poeta, scrittore, critico, accademico, senatore del Regno e primo italiano a essere insignito del Nobel (1906). Sin dall’infanzia mostrò un’indole ribelle, quasi selvatica, amante della natura, degli animali e della vita all’aria aperta (in casa aveva una civetta, un lupo e un falco, poi soppressi dal padre). Si tuffò ben presto nella lettura: la biblioteca di famiglia era piccola ma ben fornita, soprattutto di classici. Le ristrettezze economiche furono un’altra costante della sua infanzia, e fu soltanto nel 1849 che Carducci fu iscritto alle Scuole Pie (pp Scolopi): al liceo, intanto, cominciava a scrivere. I primi componimenti – o, se vogliamo – i primi rudimenti poetici furono pariniani, foscoliani e leopardiani. La sua spiritualità era feconda ma ribelle, mal sopportando la mentalità bigotta del suo tempo. Nel 1856 si laurea in filosofia e filologia, nel 1859 sposa Elvira Menicucci. Nel frattempo ottiene una cattedra di Retorica, che abbandonerà e pubblica il suo primo libro: Rime. Collabora con diversi periodici e con la casa editrice Barbera (Collezione Diamante). Intanto si profilavano i primi lutti familiari: il fratello Dante prima e l’omonimo figlioletto poi (chi non ricorda Pianto Antico?). Dal punto di vista ideologico Carducci era per l’Italia unita, e seguì con trepidazione la spedizione dei Mille. Poi, “con decreto del 26 settembre 1860 venne incaricato dal Mamiani a tenere la cattedra di Eloquenza italiana, in seguito chiamata Letteratura italiana presso l’Università di Bologna, dove rimarrà in carica fino al 1904”. Questi i brevi cenni biografici che precedono la notorietà: possiamo definire Carducci (seguendo un trito cliché) rivoluzionario in gioventù e conservatore nella maturità? Non è così semplice. È nota la sua appartenenza alla Massoneria, e un certo anticlericalismo di fondo non lo abbandonerà mai; meno nota, forse, la sua progressiva propensione alle idee repubblicane, a cui rinunciò – secondo molti – in età matura, attirandosi le critiche dei repubblicani. Ma Carducci, forse, non ebbe neppure una fede politica ben definita: la sua fede era l’amore per la Patria. Intanto, nel 1870, oltre al figlio Dante morì anche la madre. La sua fama stava giungendo al culmine. Ebbe una relazione molto intensa con Carolina Cristofori (un’altra, in età più avanzata con Annie Vivanti): fu un amore appassionato, intenso, ricambiato. Questi cenni biografici sono forse troppo scarni (ce ne rendiamo conto) per descrivere la parabola umana e poetica di Carducci, e al tempo stesso quasi eccedenti lo spazio a noi concesso. Speriamo di non aver annoiato i lettori. Nel secondo dopoguerra le opere di Carducci furono riviste al ribasso: si trattò di un downgrading vero e proprio e le concause furono storiche e ideologiche, oltre che letterarie. Insomma, Carducci aveva fatto il suo tempo e dovevamo farcene una ragione, ci piacesse o no (e invece Rime e Ritmi, Rime nuove e in parte le Odi Barbare hanno pagine indimenticabili). Senonché 25 anni fa Rosario Fiorello musicò San Martino: fu un inaspettato successo di pubblico. Inoltre Patrizia Valduga, in tempi più recenti, ha addirittura affermato che Carducci fu poeta più grande di Leopardi.

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Leggiamo dunque Traversando la maremma toscana: è un sonetto che parla di orgoglio, di fierezza (delle proprie radici, delle proprie battaglie), di gioia e di commozione, di sogni che svaniscono come fumo nell’aria. Resta la maremma dei paesaggi giovanili, la natura che ancora si pensava immutabile. Resterà anche Giosuè Carducci, nelle antologie scolastiche, nella storia della letteratura e magari anche nelle nostre librerie. Perché, ancora oggi, è un monumento. Provate ad abbatterlo: non ci riuscirete!

Dolce paese, onde portai conforme

l’abito fiero e lo sdegnoso canto

e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme.

pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme

con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto.

e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

erranti dietro il giovanile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano:

e sempre corsi, e mai non giunsi il fine:

e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline

con le nebbie sfumanti e il verde piano

ridente ne le piogge mattutine.

Raffaele Floris

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