Pakistan: annullata la condanna a morte per il presunto omicida di Daniel Pearl.

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Era il 23 gennaio 2002 quando il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl uscì da un ristorante di Karachi con l’intenzione di tornare al proprio albergo e purtroppo per lui fu anche l’ultima volta nella sua vita in cui poté dire di essere un uomo libero. Pochi minuti dopo infatti, uno sparuto gruppo di fondamentalisti islamici lo rapì e lo portò in un luogo segreto dove nove giorni dopo sarebbe stato decapitato e fatto a pezzi con l’accusa di essere un agente segreto della Cia. Quanto c’era di vero in queste accuse? nulla, verrebbe da dire: in effetti Pearl non era altro che un giornalista, un uomo che dopo aver studiato presso la prestigiosa università di Princeton e aver lavorato a Londra, a New York e in molte altre delle più importanti città al mondo aveva deciso, forse spinto dalle sue origini mediorientali (la madre era irachena) di accettare un lavoro in Asia per indagare sui rapporti tra al-Qa’ida e l’intelligence pakistana. Non sappiamo cosa spinse i suoi carnefici a sospettare di lui o a considerarlo un uomo tanto pericoloso da decidere di assassinarlo ciò che è certo è che la sua salma (o quanto ne rimaneva) venne trovata solamente cinque mesi dopo un metro sottoterra e sezionata in dieci pezzi.

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In un mondo già profondamente scosso dagli eventi dell’11 settembre furono in molti a commuoversi e ad addolorarsi per l’improvvisa scomparsa del giornalista, numerosi artisti dedicarono i propri lavori, romanzi e brani musicali alla vittima in memoria della quale, tra l’altro, venne addirittura realizzato un film intitolato “Un cuore grande” in cui il ruolo di Pearl venne interpretato da Dan Futterman e quello di sua moglie Mariane da Angelina Jolie.

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Terminato il momento della solidarietà e del dispiacere tuttavia, iniziò ben presto una nuova stagione contraddistinta da una legittima sete di verità e dal desiderio di veder puniti gli effettivi colpevoli. Nel 2003 il filosofo e giornalista francese Bernard-Henri Lévy pubblico un libro d’inchiesta intitolato “Qui a tué Daniel Pearl?” (“chi ha ucciso Daniel Pearl?”) in cui sosteneva la tesi secondo cui a compiere lo spietato delitto fosse stato il terrorista britannico Ahmad Omar Sa’id Shaykh indicando tra l’altro quest’ultimo come un membro attivo dell’ISI, i servizi segreti pakistani. Sempre il nome di Shaykh venne pubblicamente indicato anche dall’ex presidentessa Benazir Bhutto la quale in un’intervista alla BBC lo annoverò tra gli uomini più pericolosi del Paese descrivendolo come “l’assassino di Osama bin Laden.” Le dichiarazioni furono alquanto curiose dal momento che all’epoca dei fatti bin Laden non era ancora morto eppure il conduttore della trasmissione, Sir David Frost, non ritenne opportuno approfondire l’argomento lasciando la questione in sospeso. A infittire ulteriormente il mistero ci pensò poco dopo l’improvvisa morte in un attentato della stessa Benazir Bhutto la quale di conseguenza non ebbe mai l’occasione di chiarire una volta per tutte le proprie sibilline dichiarazioni, benché in effetti oggigiorno la maggior parte degli osservatori ritengano che il suo sia stato un semplice lapsus e che in realtà avrebbe voluto dire “l’assassino di Daniel Pearl”, avvalorando ulteriormente l’ipotesi che sia stato Shaykh il responsabile del terribile evento.

Quando il terrorista venne finalmente arrestato sembrava che la faccenda fosse ormai destinata ad essere archiviata in tempi brevi: Shaykh venne condannato a morte da un tribunale pakistano mentre i suoi complici vennero tutti condannati all’ergastolo; come spesso accade in questi casi gli imputati provarono a fare ricorso in appello ma sembrava che tale decisione non fosse che un disperato tentativo destinato a concludersi in un nulla di fatto, eppure nei diciott’anni successivi nessun Giudice confermò la sentenza di Primo grado, un ritardo alquanto anomalo che sarebbe oggettivamente difficile non ricondurre a un’interferenza esterna dei vertici militari pachistani. Nel frattempo un altro terrorista pakistano, Khalid Muhammad, è stato arrestato dalle autorità statunitensi con l’accusa di aver architettato tra le altre cose gli attentati al World Trade Center del 1993 del 2001. Apparentemente tale evento non avrebbe dovuto avere alcuna attinenza con Shaykh, tuttavia nel corso della sua permanenza a Guantanamo Muhammad avrebbe ammesso di essere stato lui l’artefice della morte di Daniel Pearl gettando un’ulteriore ombra su delle indagini che sembravano ormai da tempo concluse.

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A sorpresa, nella giornata di giovedì una sentenza ha annullato la condanna a morte precedentemente inflitta a Shaykh commutandola in una pena di soli sette anni, pena che l’imputato ha già scontato e che di conseguenza non consentirà alle autorità di trattenerlo ancora a lungo in carcere. Non si conoscono ancora le ragioni della decisione le quali verranno rese note solamente nelle prossime settimane, eppure è assai verosimile che tale scelta sia stata fortemente condizionata da quanto accaduto negli Stati Uniti; proprio tale aspetto però sembra portare i più a considerare con perplessità la decisione del Giudice: infatti, dal momento che Muhammad è un uomo il cui destino è ormai segnato e che non ha più nulla da perdere, chi garantisce che le sue tardive confessioni possano essere ritenute attendibili?

Gianmatteo Ercolino

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