Pandemia, rivoluzione temporale e una nuova etica digitale

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La pandemia, oltre all’emergenza sanitaria e a quella sociale ed economica, ha cambiato anche la misurazione del tempo. Le vicende umane ora si misurano tra un pre e un post Covid-19, ovvero vi sono eventi legati a un tempo antecedente lo scoppio e il dilagare della pandemia e vi è anche un tempo dopo, o perlomeno, appena successivo al lockdown e a tutte le misure restrittive adottate dalla maggior parte dei governi mondiali. Su una immaginaria timeline degli ultimi dodici mesi che hanno cambiato il nostro presente e posto forse le basi per un futuro diverso, si può fissare anche l’andamento dell’uso delle piattaforme social e del web in generale da parte di miliardi di persone costrette a una clausura forzata. La premessa appena conclusa è necessaria per capire meglio la ricerca da parte del blog di Digital Marketing “Contenuti Digitali” che ha reso noti gli usi dei social network in Italia. Gli italiani secondo l’indagine passano quasi 2 ore ogni giorno sui social network, un dato che comunque li pone sotto la media mondiale, mentre durante la quarantena il tempo speso sui social è aumentato fino a +81%. Tra i social più utilizzati per numero di accessi mensili c’è Facebook, seguita da YouTube. Whatsapp è invece l’app più scaricata sia per Android che per iPhone. Il social network che ha avuto il maggior incremento del numero di utenti nell’anno è stato TikTok, con un aumento pari al 457% in soli 9 mesi. I dati della ricerca fanno emergere una popolazione mondiale, e non solo italiana, sempre più condizionata dalle piattaforme di condivisione e sempre più attratta dall’utilizzo quotidiano del proprio smartphone per accedere a informazione e intrattenimento. Sembrerebbe quindi di star ad assistere a un boom irrefrenabile dei social media nel gradimento e nell’uso da parte di miliardi di utenti in tutto il mondo.

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L’ultimo Digital Society Index globale di Dentsu Aegis Network invece, come di controtendenza rispetto alla ricerca appena citata, evidenzia un’altra e diversa tendenza: un giovane su quattro in Italia si chiama fuori dai social network. La ricerca su giovani tra i 18 e i 24 anni ha rilevato che gli adolescenti stanno adottando delle misure per limitare i propri profili online in risposta alle preoccupazioni sull’utilizzo dei propri dati riservati e con l’obiettivo di migliorare il proprio benessere. Si tratta di un quinto (con il dato che cresce sino a un quarto in alcuni paesi come l’Italia) dei giovani tra i 18 e i 24 anni che ha deciso di disattivare i propri account sui social network, mentre un terzo sta limitando l’utilizzo dello smartphone durante la giornata. Il sondaggio della Digital Society Index condotta a livello globale rivela come la Generazione Z stia prendendo efficaci contromisure per ridurre la quantità delle proprie attività online. Lo studio è stato condotto su oltre 5.000 giovani appartenenti alla GenZ in tutto il mondo, ed è parte integrante di un’indagine condotta su una popolazione mondiale di 32.000 persone, realizzata al culmine della pandemia da Covid-19 (ancora una volta il metro di paragone e di valutazione), e che ha voluto esaminare il rapporto dei ragazzi con la tecnologia e le marche. L’analisi, a proposito di quanto detto in precedenza sugli effetti della pandemia e sui suoi effetti di percezione temporale con un prima e con un dopo, rivela che, nonostante il lockdown abbia aumentato le attività online, ben un quinto (il 17%) dei giovani della cosiddetta Generazione Z ha disattivato i propri account sui social media negli ultimi 12 mesi.

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Una tendenza geograficamente trasversale ed evidente in tutta Europa da nord a sud Italia compresa dove il 25% di utenti tra i 18 e i 24 anni hanno disattivato un profilo social. Sempre nella nostra penisola, moltissimi ragazzi hanno ha limitato il tempo trascorso online o nel guardare il proprio smartphone e ha invece adottato misure per ridurre la quantità di dati condivisi online, come per esempio rinunciare ai servizi di geolocalizzazione. La GenZ, al di là dei luoghi comuni che la descrivono come una generazione abbandonata a se stessa e senza prospettive, ha al contrario dei benpensanti indicato una nuova via, un percorso che si dipana attraverso una forte consapevolezza unita a un senso di responsabilità nell’uso delle tecnologie. Il produser digitale è un consumatore sì esperto in tecnologia, ma è anche un individuo che si sta riprendendo il controllo della propria vita, partendo dai tanti dati sensibili lasciati improvvidamente in balia delle aziende hi-tech. Se l’attività online è certamente in grado di offrire soluzioni immediate all’utente globalizzato, le modalità e l’organizzazione nel loro uso dimostrano che vi sia una domanda di una relazione tra i poteri forti delle industrie di software e i propri utenti basato sulla trasparenza, l’empowerment e uno scambio di valori. Questa richiesta di una nuova relationship si basa su una rinnovata fiducia, un valore che non conosce cambiamenti temporali e tecnologici; saperla conquistare significa per aziende, utenti e politici un cambiamento di prospettiva e un elemento chiave per il progresso generazionale in vista di un post pandemia che ci auguriamo venga presto a inaugurare la nostra definizione di storia.

Andrea Alessandrino

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