Più di 3.5 milioni di richieste per i permessi di soggiorno in Gran Bretagna

Nonostante la Brexit, resta invariato il numero di immigrati che intendono risiedere nel paese

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cms_17510/0.jpgSecondo quanto riferito dal governo britannico, più di 3.5 milioni di cittadini UE avrebbero chiesto di rimanere in Gran Bretagna anche dopo la Brexit, seguendo le condizioni imposte dal provvedimento; un numero, questo, simile a quello dei cittadini che avevano optato per la permanenza nel paese prima dell’uscita dall’Unione europea. Ciò dimostra quindi che il numero dei migranti che intendono allontanarsi dal paese non è aumentato: al contrario, è ancora boom di presenze. Solo alla fine dell’anno scorso, secondo l’Home Office (Ministero degli Interni) britannico, erano state accolte 34.910 domande, di cui 15.690 avevano ottenuto lo status di permanenza in UK, mentre ad altre 14,570 era stato accordato il pre-status di permanenza (ovvero la possibilità di restare momentaneamente nel paese, da rinnovare a distanza di 5 anni).

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Stando alle statistiche, solo nell’area sud-est di Londra, i cittadini romeni hanno inviato più richieste in assoluto (12.610), seguiti dai cittadini italiani con 5.140 richieste e dai lituani con 2,860. In tutta la Gran Bretagna, ai primi tre posti dei paesi che hanno inviato un numero maggiore di richieste per residenza troviamo la Polonia con 512.310, la Romania con 435.690 e l’Italia con 290.990. In ogni caso, c’è tempo sino al 30 giugno del 2021 per fare richiestra del permesso di soggiorno in Gran Bretagna.

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Il Ministero per l’Integrazione britannico ha dichiarato di considerare gli europei come un arricchimento per la nazione, specialmente sotto il profilo culturale; si preannunciano infatti variazioni delle misure in materia di immigrazione da parte del governo. Ricordiamo che la Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea ufficialmente il 31 di gennaio di quest’anno, e il Premier Boris Johnson ha promesso di chiudere i negoziati per le relazioni tra il paese e l’UE entro la fine di quest’anno. Le operazioni risultano rallentate dalle misure di contenimento della pandemia di Covid-19, che obbliga a portare avanti i negoziati in videoconferenza.

Marsela Koci

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