QUANDO C’ERA LA NAJA

Ricordi e riflessioni del servizio militare che fu. Celebrando il 4 novembre, festa delle Forze Armate

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Alzi la mano chi ricorda il periodo del servizio militare. Tanti uomini, all’epoca ragazzi, avevano l’incubo di dover affrontare i famosi 3 giorni, dedicati alle visite mediche. Ed ovviamente i racconti di chi aveva già affrontato quella prova non mettevano di buon umore. Le leggende metropolitane abbondavano: dalla famigerata mano guantata del medico, per verificare tramite contatto interno eventuali disfunzioni agli organi riproduttivi maschili, alle velate minacce di essere spediti a Codroipo oppure a Tarvisio.

cms_4841/foto_2.jpgE senza internet uno doveva ricordare queste località fino a che non arrivava a casa e poteva cercare sull’atlante. E poi, arrivava la famosa cartolina rosa con sopra scritta la destinazione, lacrimoni e saluti alla stazione, e già si imparavano le prime lezioni sul “paraculismo”, pratica militare mai disciplinata, ma molto in voga perché c’era sempre qualcuno, come il figlio dell’amico del portiere del colonnello che guarda caso aveva il centro addestramento a pochi chilometri da casa e poi svolgeva il servizio in un ufficio con orario 07,00-20,00. Ma chi non era fortunato e non conosceva nessuno trovava destinazioni come Casale Monferrato oppure Montorio Veronese. E se invece era Cuneo ti reputavi fortunato, anche se poi Cuneo chi l’aveva mai vista. La naja fortificava alcune relazioni sentimentali e ne rovinava altre. Spesso si passavano interi giorni aspettando quella famosa lettera che era un terno al lotto ed i commilitoni sapevano che uno di loro era stato lasciato dalla fidanzata quando c’era l’armadietto con un incavo profondo segno di una capocciata di impeto, oppure quando si stava sotto la doccia per un’ora per non far vedere il pianto. Perché si scrivevano lettere, qualcosa di più intenso di un messaggio sul cellulare e al telefono – quello col filo - si faceva la fila, si ascoltavano gli altri, si cercava la cabina più lontana dove potersi rannicchiare e parlare senza problemi e, immancabilmente, ci si ritrovava tutti li perché tutti avevano avuto lo stesso pensiero.

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Si stringevano amicizie che spesso duravano tutta una vita, s’imparava a reagire, a fare gruppo, a cavarsela da soli e a cercare il supporto degli altri. Certo, non erano sempre rose e fiori, il nonnismo spesso rovinava tutto, soprattutto quando a farne le spese erano i deboli oppure i ribelli. Però quel rimescolamento di razze, di etnie, di linguaggi, serviva e sarebbe stato molto utile a far comprendere il senso dell’appartenenza allo Stato se fosse stato finalizzato a cose diverse dallo scavare buche per poi riempirle oppure a lustrar fucili quando non c’erano esercitazioni. Anche il paraculismo purtroppo servì a delegittimare il concetto di capacità, così i più scaltri, finivano a fare il servizio in mensa, evitando marce sotto il sole, o diventavano autisti del colonnello e tornati in caserma si buttavano in branda a leggere le ultime tendenze culturali, i famosi fumetti erotici dell’Italia che lavorava. Però era una esperienza formativa, e chiunque abbia svolto il servizio militare, la naja appunto, ricorda gli ordini assurdi a cui dovette obbedire almeno una volta, o ancora le esperienze esaltanti, le sfide con le altre compagnie, alcuni fine settimana alla scoperta di luoghi diversi da quelli in cui si era stati per una vita. Oggi diamo per scontato il poter viaggiare senza problemi, ma ci sono stati anni in cui non era così facile decidere di prendere e partire per andare magari a visitare Taranto o Vercelli, conoscere i misteri di Torino per chi proveniva da Bari o da Roma e conosceva solo lo stadio dove si era disputato l’ultimo incontro calcistico. La naja, che deriva dalla veneta “tenaja” (tenaglia), per indicare la morsa in cui si era stretti, non a tutti ha regalato solo dispiaceri, ma ha consentito di realizzare una fusione tra il ragazzo e l’adulto che ora si è persa.

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Anche le fidanzate dell’epoca non potranno non ricordare l’emozione del ritorno a casa per la licenza breve o il viaggio fatto con gli amici per assistere al giuramento. Quanta vita hanno visto passare quelle caserme, quelle brande… quante espressioni di stupore nel ricevere coperta e lenzuola per fare il cubo, temendo il passaggio del tenente deputato a verificare la solidità dell’opera, realizzata prima del canto del gallo. Questo non vuole essere un elogio del passato, ma solo una condivisione di ricordi, per chi li ha vissuti, perché siamo tutti frutto delle nostre esperienze, positive e negative, e quegli abbracci a fine servizio, quando l’ultimo giorno si lasciava il pesante cancello alle spalle, quei contatti scritti su agende che ancora vengono conservati, per molte persone sono molto più presenti di mille contatti su un social network.

Paolo Varese

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