QUANDO LA CONOSCENZA CHIEDE,DIVIENE SERVA!

(ma se non chiede, diviene monca - dilemma)

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È la prima quartina di uno dei sonetti più famosi della Vita Nova che Dante Alighieri pubblicò nel 1293 o giù di lì. Vorrei soffermarmi sull’interpretazione del primo verso: il senso del verbo “pare” è fortemente differente da quello attuale che ci porterebbe ad interpretarlo come “sembra”. Ovviamente Dante non avrebbe mai insinuato un dubbio circa la gentilezza ed il costume di Beatrice, vero è che la corretta interpretazione di “pare” è “appare”, cioè: così si vede e così è necessariamente.

A qualcuno potrebbe sembrare un modo di vedere piuttosto ingenuo, ma Dante sapeva benissimo che non tutto ciò che appare poi realmente sia. Ovviamente avrebbe auspicato che fosse così. E così certamente era per se stesso se non volle mai più tornare a Firenze dopo l’infamante accusa di baratteria. Doveva essere certamente un personaggio scomodo: il suo integralismo, il rigore morale, il grande senso della giustizia, la capacità di scorgere il bene anche nella parte avversa ed il male anche tra i suoi più intimi lo rendevano sicuramente un politico sui generis, lontanissimo dai giochi di chi “di sotto accaffa”, un uomo che necessariamente poteva solo fare “parte per se stesso”. Il livello altissimo della sua arte gli scongiurarono la povertà nel periodo dell’esilio grazie a uomini che lo apprezzarono e stimarono disinteressatamente.

Orbene, facciamo rinascere Dante oggi!

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La connivenza delle grandi menti con il potere si è sempre più aggravata nel corso dei secoli; beninteso: è sempre esistita! Gli intrighi, i doppi giochi, i tradimenti e soprattutto la richiesta da parte del potere di visibilità a qualunque costo, al di là dei reali meriti, non è storia recente, ma pare che attualmente pratiche di clientelismo, nepotismo, millantato siano non tanto comunissime, ma ritenute necessarie, anzi l’unica via di affermazione. Ostentate anziché tenute in vergognoso segreto! Se si aggiunge la connivenza dell’opinione pubblica, che, nella migliore delle ipotesi, è semplicemente indifferente, si comprende come l’esercizio della cosa pubblica sia solo ricerca dell’affermazione del singolo per ottenere benefici privati.

Ecco: il nostro Dante nasce nel 1965, a giugno; ha cinquantasei anni; aspetto non attraente, ma gradevole, un po’ austero; vita sentimentale complessa, ma organizzata da una regia psicologica robusta; capacità intellettuali superiori alla media; curioso, poliedrico, un po’ idealista, sognatore senza darlo a vedere... con un difetto gravissimo: l’intransigenza! Sa vedere il bene ed il male e tutti i gradi intermedi, è disposto a comprendere l’errore, aperto nei confronti di chi si redime, conosce l’animo umano e le sue debolezze... ma il male, il male cosciente, ostinato, irridente, vanitoso, proprio non lo sopporta: intransigente oltre ogni dire! Una qualità divenuta oramai difetto! Che ognuno appaia per ciò che è, anzi: soprattutto sia!

cms_24376/3.jpgQuesto ci dice il Dante attuale e quando ritorna con la mente a quel suo antenato del 1265 non può non rivedere il potente affresco di un’umanità messa a nudo nella Comedìa: in fin de’ conti, tutta l’opera è un crescendo che parte da chi è vissuto apparendo diversamente da ciò che era, fino a giungere a coloro che avevano affermato potentemente il proprio essere senza apparire minimamente. Tutto ciò che gli uomini pubblici insegnano alle generazioni che li soppianteranno è il modo migliore per finire all’inferno: apparire a qualunque costo; ci penserà qualcun altro a fare, costruire, edificare, elaborare, realizzare, insomma: essere. Così, in questa sventura è finito il Dante del 1965: artista, filosofo o scienziato che sia, ha coltivato tanto intensamente le sue ingenue inclinazioni (che tengono in piedi il mondo!) che si è scordato di urlare in faccia a tutti che era lui l’autore di quelle teorie, di quei concetti, di quelle scoperte da cui altri traggono benefici, che altri fanno proprie con una spudoratezza così inaudita che nessuno può non credervi. Ancora una volta la storia si ripete: l’esilio! Ah, non in un’altra terra, ma in un altro mondo, quello di quei folli che inventano la realtà, ma non sanno usarla!

Filosofi e scienziati, poeti e musici tutti riuniti in un consesso di esteriorità azzerata in confronto con l’essenza pura del loro fervore! Il nostro Dante, quello del 1965, questo auspica, ma non può fare a meno di dolersi della miseranda condizione di chi deve venire a patti coi papi e i re, coi Signori del governo o della finanza, di ieri come di oggi, che presiedono suo malgrado i luoghi che egli e il consesso di scienziati e pensatori (che ancora “fanno” senza “apparire”) hanno tanto contribuito a costruire… da quel lontano 1265.

Antonio Durante

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