Quale mistero custodisce l’Oceano Indiano?

A cinque giorni dal disastro in Indonesia restano dubbi, morti ed eroi

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Il giovane controllore di volo Anthonius Gunawan Agung, 21 anni, la mattina del 28 settembre, come tutte le mattine, era al suo lavoro per facilitare le operazioni di decollo ed atterraggio sulle piste dell’aeroporto di Palu.

Quando la violenta scossa di terremoto di magnitudo 7.7 ha cominciato a seminare distruzione intorno a lui, Agung ha ignorato quell’umano istinto di sopravvivenza che nel frattempo spingeva gli altri colleghi a mettersi in salvo e, nel disperato tentativo di agevolare il decollo di un jet con il suo carico di equipaggio e passeggeri, è rimasto incollato alla sua postazione di lavoro consentendo al velivolo di decollare in tutta sicurezza. Gli attimi successivi , per l’inconsapevole eroe, devono essere stati di totale smarrimento: smaltita l’adrenalina che consente di restare lucidi in momenti così nevralgici, una sorta di sfinimento deve averlo risucchiato nella realtà della tragedia che si stava consumando intorno a lui.

Quando anche il tetto della torre di controllo si è sbriciolato, Anthonius si è gettato nel vuoto forse nel tentativo estremo di salvarsi la vita. Immediatamente soccorso, il giovane controllore è spirato in ospedale dopo 24 ore di agonia.

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A cinque giorni dalla tragedia di venerdì scorso l’Indonesia deve fare i conti con le cause di tanta devastazione ed è un conto salato quello che si presenta, in migliaia di vite umane, ammassate in fosse comuni per il pericolo di epidemie. Completa il quadro la paura e la sensazione di abbandono che spinge i sopravvissuti ad assaltare negozi in cerca di qualcosa da mangiare, proprio come se non ci fosse più un domani.

Ma perché lo tsunami ha provocato tanti morti e distruzione?

Ci aspettavamo che si potesse verificare uno tsunami, ma più localizzato e non di queste dimensioni” – ha commentato all’indomani della catastrofe Jason Patton, geofisico della Temblor nonché professore della Humboldt State University in California.

In effetti, gli tsunami più catastrofici sono quelli scatenati dai cosiddetti terremoti megathrust: grandi sezioni della crosta terrestre, rompendosi, si spostano verticalmente lungo la faglia muovendo un’enorme quantità di acqua. Le onde prodotte corrono ad una velocità altissima fino a migliaia di chilometri dall’epicentro.

Fu proprio quello che accadde nel 2004 a Sumatra, quando un terremoto di magnitudo 9.1 provocò uno tsunami con onde alte fino a 30 metri. Una devastazione che causò quasi un quarto di milione di vittime dall’Indonesia al Sudafrica.

La faglia di venerdì scorso rompendosi avrebbe dovuto scivolare sull’asse di frattura con movimento per gran parte orizzontale, che di solito non genera tsunami.

Quale è stato l’imprevisto naturale che gli scienziati non hanno saputo intercettare?

Il professor Patton fa notare che le ipotesi sono tante, per esempio in quella zona il fondale potrebbe avere livelli diversi che giustificherebbero una spinta eccezionale di acqua. In ogni caso il Professore sottolinea che solo dopo accurati studi sul fondale marino si saprà quale fattore o concomitanza di fattori sono all’origine dello tsunami che ha quasi interamente cancellato la costa dell’isola di Sulawesi.

Nel frattempo è doveroso riflettere su quante vite umane si sarebbero potute salvare se il sistema di allarme avesse funzionato.

Al largo delle coste di Sulawesi è installato un sistema di allarme che se fosse stato funzionante, avrebbe potuto avvertire gli esperti prima che le onde d’acqua raggiungessero case e persone portando la devastazione più assoluta. Ma questo sistema di boe, 22 in tutto, non funziona dal 2012 e non è quindi in grado di trasmettere warning e allerte sugli tsunami in arrivo all’agenzia meteorologica e geofisica indonesiana (BMKG).

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Secondo Sutopo Purwo Nugroho, portavoce della National Disaster Mitigation Agency (BNPB), “le boe di rilevamento non funzionano a causa della mancanza di finanziamenti, che sono diminuiti di anno in anno”.

E dire che il Paese aveva programmato una seria campagna di prevenzione contro i rischi ambientali investendo in tecnologia all’avanguardia e sistemi High tech.

La ferita ancora aperta delle 150mila vittime che vide la città di Aceh pagare il più alto tributo di morte nella devastazione del 2004 resta un duro monito che non poteva lasciare indifferente le autorità locali.

Tuttavia, la politica interna e i ritardi nell’ottenere finanziamenti hanno rallentato il tutto e oggi l’Indonesia aggiunge una nuova cicatrice a futura memoria.

Maria Cristina Negro

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