Quanto è vulnerabile il nostro sistema carcerario?

Ve lo spiego “Sulla mia pelle”

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Se è vero che il cinema deve avere come compito prioritario quello di promuovere riflessione e dibattito sociale, il film “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini ha rispettato tutte le aspettative diventando, come non capitava da anni in Italia, fenomeno sociale.

Nel fine settimana appena trascorso la storia del trentenne romano Stefano Cucchi, morto all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009, è entrata nella classifica del Box Office tra i primi dieci film più visti con un totale di 8.595 presenze ed un incasso di 59.911,00 euro.

Il successo di critica e di pubblico alla recente 75^ Mostra del Cinema di Venezia, nonché le critiche che hanno accompagnato l’uscita in contemporanea su Netflix e in sala, con Lucky Rad, e poi ancora le proiezioni gratuite promosse da centri sociali e organizzazioni che hanno radunato migliaia di persone, sono soltanto alcune delle conseguenze suscitate dalla pellicola e dalla bravura di uno straordinario Alessandro Borghi nel ruolo del protagonista.

Il resto delle emozioni le scatena la visione del film.

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L’impianto della storia riesce fin dalle prime immagini a scalfire quella cortina di pregiudizio in cui ci si imbatte quando il protagonista è un perdente, un tossico senza speranza, a cui è negato persino il beneficio del dubbio.

La morale che ci vuole disinvolti somministratori di condanne agli errori del prossimo si sbriciola come un muro di sabbia con lo scorrere delle immagini, e la realtà ci fa paura, perché ci fa toccare con mano il crine esile del nostro sistema democratico.

Il sostegno a “Sulla mia pelle”, come capita in una società in cui il grado di interesse di una questione è decretato dalle piattaforme digitali, si misura nel fiume in piena di tweet e commenti.

Alla vetrina ideale scaturita dai social si sono immediatamente agganciati protagonisti dello spettacolo e della società civile.

“Bellissimo film. La vicenda di Stefano Cucchi fa ancora male, questo film però fa bene a tutti” ha commentato Jovanotti all’indomani della proiezione.

Pietro Grasso ha ricordato, con un commento su Facebook, la rabbia ed il dolore palpabili nelle parole di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, durante un incontro in Senato: “Vedendo il film è stato quasi come sentire addosso l’agonia di quel ragazzo che è morto mentre era in custodia cautelare. Ricordo bene, attraverso le parole di Ilaria, la sua sete di giustizia e di verità”.

Alla Prima di Senigallia organizzata con la collaborazione del Centro Sociale Arvultura, Ilaria Cucchi spiega che il film restituisce alla famiglia suo fratello, morto di indifferenza: “E’ un film duro che racconta la nostra verità ma che deve far riflettere tutti noi sul tipo di mondo in cui viviamo”.

Centinaia le richieste di proiezioni autorizzate anche al di fuori del circuito del cinema. Partiranno dal 12 ottobre, un mese dopo l’uscita su Netflix e nelle sale.

Dalla Stefano Cucchi Onlus, l’associazione fondata da Ilaria Cucchi, hanno commentato le infinite iniziative spontanee di questi giorni: “Crediamo che sia la prova tangibile che c’è un’esigenza sociale fortissima di affrontare queste tematiche. Le piazze e i cinema strapieni ci dicono che forse qualcosa sta davvero cambiando”.

Nel solo 2009, anno in cui è deceduto Stefano Cucchi, altri 176 detenuti sono morti in carcere, praticamente uno ogni due giorni, nel silenzio assordante che caratterizza le anomalie di sistema.

Stefano era il numero 148.

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A ben ragione Ilaria Cucchi parla di indifferenza perché negli ultimi sette giorni di vita Stefano Cucchi incontrerà in carcere 140 persone tra medici, infermieri, agenti di ordine di stato, e solo in pochi hanno compreso il dramma che il giovane stava vivendo.

E sono questi numeri impressionanti che hanno motivato Alessio Cremonini, a raccontare la storia.

Come dichiarato dallo stesso regista, oltre a farci riflettere sulla potenza di queste cifre, il film intende rimuovere l’immagine di Stefano Cucchi dalla fissità delle terribili foto che lo ritraggono sul lettino autoptico con cui lo abbiamo conosciuto, e ridargli vita.

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Il Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, all’indomani della richiesta di apertura delle indagini: aveva commentato l’accaduto: “Non è accettabile, da un punto di vista sociale, e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”.

“Sulla mia pelle” non vuole essere un atto di accusa né intende far leva sull’indignazione sociale, quella facile e pressapochista dei rivoltosi a prescindere: intende, al contrario, rapportarsi ai fatti e al giovane sfortunato cui un semplice controllo di routine ha sconvolto l’esistenza, concedendoci di conoscerlo un po’ oltre quella terribile foto.

Probabilmente i bravi interpreti del film di Cremonini calcheranno il red carpet dei prossimi Academy Howard. Il lungometraggio è stato infatti nominato nella rosa dei 21 film in corsa alla selezione del film candidato italiano all’Oscar per miglior lungometraggio in lingua straniera.

Sulla mia pelle”, raschiando il fondo delle nostre coscienze, si rivolge a tutti colori i quali hanno scelto di non vedere, di girarsi dall’altra parte, perché credere in una improbabile caduta per le scale può giustificare i lividi sul corpo ma non quelli nella coscienza.

Maria Cristina Negro

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