Quasi 2,9 milioni di casi in tutto il mondo. Oms: "Nessuna prova che guariti non possano ammalarsi ancora"

26.644 decessi in Italia dall’inizio della crisi. Primo modello scientifico elaborato da tre ricercatori italiani

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Sono quasi 2,9 milioni i casi di coronavirus nel mondo. Lo rivelano i dati aggiornati della Johns Hopkins University (JHU) che riportano un totale di 2.897.645 contagi a livello globale. Gli Stati Uniti rimangono il ​​paese più colpito, con l’ultimo bilancio che parla di 939.053 casi e 53.789 morti.

La Spagna ha il secondo numero più alto di contagi (223.759), seguita dall’Italia con 195.351. Undici paesi in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, hanno registrato finora oltre 50.000 casi e cinque paesi hanno riportato oltre 20.000 decessi.

cms_17243/OMS.jpgL’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha avvertito i governi a non dare una patente d’immunità a quanti sono guariti dal Covid-19, sottolineando che non vi sono prove che una persona guarita non possa ammalarsi di nuovo. Non vi sono prove "che persone guarite dal Covid-19 che hanno gli anticorpi siano protetti da una seconda infezione", sottolinea l’Oms.

L’OMS, dichiara di essere in generale a favore dei test per individuare chi ha sviluppato anticorpi "in quanto sono critici per la comprensione dell’estensione dell’infezione e dei fattori di rischio associati". Tuttavia si fa notare che tali esami sierologici non sono in grado di determinare se gli anticorpi possono difendere da una seconda infezione. Inoltre sono stati posti sul mercato globale diversi test per individuare gli anticorpi ma la loro attendibilità e accuratezza deve essere ulteriormente vagliata.

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cms_17243/LOGO-PROTEZIONE-CIVILE-NAZIONALE.jpgContinua il lento ma graduale miglioramento della situazione in Italia nell’emergenza Coronavirus. Nelle ultime 24 ore si è registrata una frenata anche nel numero dei morti, mai così basso da metà marzo: sono 260 (sabato erano stati 415), secondo i dati forniti dalla Protezione Civile, per un totale di 26.644 dall’inizio della crisi. Le persone attualmente positive sono 106.103, con un aumento di 256 unità rispetto a sabato.

I casi totali dall’inizio dell’emergenza salgono a 197.675, di cui 2.324 nelle ultime 24 ore. Ma ci sono anche 1.808 guariti in più, per un totale di 64.298. I pazienti ricoverati con sintomi sono 21.372 (-161), quelli in terapia intensiva 2.009 (-93). In isolamento domiciliare 82.722 persone (+510). In tutto sono stati eseguiti 1.757.659 tamponi, i casi testati sono 1.210.639.

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L’esito dell’infezione da Covid-19 si potrebbe definire già nei primi 10-15 giorni dal contagio. E può dipendere dall’esposizione virale, dalla debolezza immunitaria o da uno sforzo fisico intenso nei giorni dell’incubazione. Lo rivela il primo modello scientifico elaborato da tre ricercatori italiani e descritto nella pubblicazione a cura di Paolo Maria Matricardi (Charité Universitätsmedizin Berlino), Roberto Walter Dal Negro (National Centre of Pharmacoeconomics and Pharmacoepidemiology Verona) e Roberto Nisini (Reparto Immunologia, Istituto Superiore di Sanità) e proposto per la pubblicazione alla rivista ’Pediatric Allergy and Immunology’, dove è attualmente in fase di revisione. Lo studio è pubblicato come pre-print sul sito dell’Iss.

Secondo il modello, l’esito dell’infezione si decide nelle prime 2 settimane dal contagio e dipende dal bilancio tra la dose cumulativa di esposizione virale e l’efficacia della risposta immunitaria innata locale. Le componenti attive sono gli anticorpi IgA e IgM naturali (che si trovano nella saliva e nelle secrezioni delle mucose delle vie aeree superiori). Il virus può superare questo primo round se: l’immunità innata è debole (questa condizione si realizza in molti anziani e nei soggetti privi di anticorpi per difetti genetici); l’esposizione cumulativa al virus è enorme (per esempio tra medici e operatori sanitari che hanno curato molti pazienti gravi senza le opportune protezioni). Oppure si compie un esercizio fisico intenso o prolungato, con elevatissimi flussi e volumi respiratori, proprio nei giorni di incubazione immediatamente precedenti l’esordio della malattia, facilitando così la penetrazione diretta del virus nelle vie aeree inferiori e negli alveoli, riducendo fortemente l’impatto sulle mucose delle vie aeree, coperte da anticorpi neutralizzanti.

Se Sars-CoV-2 supera il blocco della immunità innata e si diffonde dalle vie aeree superiori agli alveoli già nelle prime fasi dell’infezione, "allora può replicarsi senza resistenza locale, causando polmonite e rilasciando elevate quantità di antigeni", spiegano i ricercatori. La successiva risposta immunitaria adattativa è ritardata, intensa con anticorpi IgA, IgM e IgG ad alta affinità, ma non necessariamente diretta verso gli antigeni neutralizzanti e, incontrando grandi quantità di virus nel frattempo già replicato in moltissime copie, provoca grave infiammazione e innesca cascate di mediatori (complemento, coagulazione e tempesta di citochine) che portano a complicazioni che spesso richiedono terapia intensiva e, in alcuni pazienti, causano il decesso.

Il modello "potrà contribuire a meglio orientare provvedimenti mirati alla gestione della seconda fase della pandemia nel nostro Paese e a stimolare la ricerca traslazionale e clinica". Tre ricercatori italiani hanno elaborato, sulla base delle evidenze scientifiche pubblicate fino ad oggi, il primo modello scientifico che spiega in modo coerente e unificante l’enorme diversità delle manifestazioni cliniche della Covid-19, che variano dalle forme asintomatiche alla morte, sottolinea l’Iss. "Il modello è di per sé un importante passo avanti nella lotta al virus, perché mette insieme tutte le tessere di un enorme puzzle e offre ai medici, ai ricercatori, ma anche agli amministratori il primo ’navigatore’ per meglio orientarsi nella prevenzione, diagnosi, sorveglianza e provvedimenti di salute pubblica".

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