RAPPORTI CINA-ITALIA VERSO LA CRISI?

Intelligence in allerta: scambi universitari potrebbero celare altri interessi

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La nostra intelligence è da qualche settimana in apprensione per via di alcune controversie nei rapporti con la Cina. Nella “gara” per il 5G del Viminale, Draghi ha di fatto escluso, per ora, le società che utilizzavano tecnologia cinese, Huawei e Zte - entrambe aziende di telefonia ed elettronica.

Il mercato è libero ma tutti devono rispettare le regole prestabilite: proprio su questo ultimo punto il Paese asiatico sembra non essere del tutto d’accordo. Pare infatti che voglia aggirare la regola secondo cui nessuna intelligence deve intromettersi nelle questioni delle omologhe straniere provando ad intensificare gli scambi e le partnership con le università italiane, con progetti e centri di ricerca. Huawei è già sponsor di una collaborazione sul 6G tra l’University of Electronic Science and Technology of China e il Politecnico di Milano e, grazie agli accordi con gli atenei italiani, è già dentro il progetto del cloud europeo che l’Ue aveva bloccato.

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La collaborazione più antica di Huawei è quella con l’Università di Cagliari. L’intesa più recente è nata con l’Innovation Lab inaugurato nel parco tecnico-scientifico dell’Università di Pavia, con un investimento di 1,7 milioni. In Italia Huawei ha creato cinque Innovation Center con altri operatori di Tlc e un Joint Innovation Center, collaborando con la Regione Sardegna.

A Segrate, nel 2004, venne inaugurato il Global Research & Development Center, che oggi è uno dei più importanti centri di innovazione fuori dalla Cina, grazie alla collaborazione con 15 atenei italiani e più di cento ricercatori. Zte in Italia è presente a Milano, Torino e Roma, e ha accordi con l’Università dell’Aquila, Tor Vergata e Torino.

A febbraio 2018, sempre Zte ha firmato un memorandum d’intesa con il Campidoglio, dove allora c’era Virginia Raggi, per il progetto Roma 5G. In base al contratto, Zte avrebbe partecipato al programma pilota della futura rete di ultima generazione e della tecnologia della rete wireless, nonché allo sviluppo dell’infrastruttura per i servizi di una smart city digitale.

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Le autorità italiane hanno compreso, dunque, che il regime cinese desidera finanziare le Università italiane solo per ottenere tecnologie e know how in assenza di particolari controlli.

Michelle Giliberti

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