REGIONALI FRANCESI: LA WATERLOO DI MARINE LE PEN

Il Rassemblement National non ottiene nessuna regione, nonostante il favore dei sondaggi. Male anche Macron, si rilanciano i partiti classici

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cms_22346/0.jpgMarine Le Pen ha subito la sconfitta più bruciante della sua carriera politica, e il partito del Presidente Emmanuel Macron, La République En Marche, è inconsistente a livello locale. Sono questi i verdetti (già intravisti nel primo turno) che i ballottaggi delle elezioni regionali francesi hanno emesso, in maniera anche piuttosto netta. Si è trattato, però, di una tornata elettorale atipica, segnata da un record negativo di affluenza, che si è attestata intorno al 35% degli aventi diritto. Soprattutto, nella fascia dei giovani e giovanissimi si è recato alle urne soltanto il 15% dei potenziali elettori: segno evidente dell’insofferenza generalizzata verso una politica francese ormai stantia, deludente, arretrata, incapace di ascoltare le nuove generazioni. Forse anche così si spiega la debacle del Rassemblement National di Le Pen, che aveva tentato disperatamente una “normalizzazione” dell’immagine del suo partito per raccogliere anche parte dell’elettorato moderato, che gli estremisti di destra ritenevano essere il tassello mancante per raggiungere la vittoria. Il risultato, però, è che a destra in molti si sono irritati, mentre al centro la repentina “redenzione” di Marine Le Pen non ha convinto. Due fattori che, insieme, hanno portato il RN non solo a perdere in tutte le regioni nonostante i sondaggi lo considerassero in corsa almeno in sei di esse, ma addirittura a vedere una riduzione sensibile dei consensi rispetto alle elezioni precedenti.

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Il partito che fu di Jean-Marie Le Pen non è riuscito a portare a casa neanche la regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, dove l’elettorato è fortemente sbilanciato a destra: il candidato Thierry Mariani ha infatti perso con notevole scarto il ballottaggio contro Renaud Muselier, di Les Républicains, partito che fu fondato nel 2015 dall’ex-Presidente Sarkozy. Non è andata meglio a Emmanuel Macron, il cui partito ha raggiunto la soglia del 10% al primo turno soltanto in otto regioni, dove tra l’altro è stato praticamente inesistente al secondo turno: a livello nazionale i candidati che sosteneva hanno ottenuto meno del 10 per cento. Un campanello d’allarme che si aggiunge alla percezione di una popolarità non certo ai massimi livelli per il Presidente che, tra le altre cose, ha reintrodotto il servizio di leva obbligatoria nel Paese: solo un esempio di una serie di misure comprensibilmente impopolari di quello che doveva essere l’uomo nuovo della politica francese.

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In questo quadro sorprendentemente negativo per i due protagonisti indiscussi della storia recente delle istituzioni in Francia, chi sorride sono due partiti che sembravano minoritari e hanno invece scoperto di possedere ancora forze importanti: Les Républicains, di destra gollista, e il Partito Socialista, guidati rispettivamente da Xavier Bertrand e Olivier Faure. Il Partito Socialista è riuscito a rieleggere i suoi governatori uscenti in Bourgogne-Franche-Comté, in Bretagna, nel Centre-Val de Loire, nel Nouvelle-Aquitaine e in Occitania. Oltre alla vittoria di Bertrand in Hauts-de-France, i Repubblicani e i candidati da loro sostenuti hanno vinto anche in Auvergne-Rhône-Alpes, nel Grand Est, nei Pays de la Loire e in Normandia. Se per il Partito Socialista si tratta di una vittoria che lo mantiene politicamente vivo, ma comunque secondario nella corsa all’Eliseo che si terrà nel 2022, per Les Républicains si tratta di un exploit di dimensioni tali da aver spinto Bertrand ad affermare, a margine delle elezioni, che sia ormai chiaro che le presidenziali saranno “una corsa a tre”. Anche se le elezioni regionali vanno sempre contestualizzate e presentano diverse differenze con quelle nazionali, è innegabile che la fotografia politica della Francia esce da questa tornata fortemente modificata: il dualismo Le Pen-Macron, pur essendo loro ancora i favoriti per il 2022, è probabilmente un ricordo, la sfida è apertissima e i margini per ulteriori cambiamenti sono enormi, visto che il 65% degli elettori appare privo di rappresentanza.

Giulio Negri

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