RICORDANZA DEL FUOCO SINCERO

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Facendo ritorno da una camminata, magari attraverso campi o boschi, gli occhi conservano dentro in modo prolungato immagini, spazi, emozioni, colori. Lo sguardo brilla, parla, comunica, riflette.

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Quanto è stato osservato, vissuto, continua ad essere presente. Anche se lo sguardo si concentra sul percorso del rientro, rimangono segnate, come in sovrimpressione, immagini uniche ed evocative.

Vibrazioni interiori – quelle che nascono dentro inattese, impreviste – di una fecondità inesauribile. Camminando per sottoboschi, il rumore dei propri passi dà voce a storie trapassate, narrate da foglie e ramaglie, che hanno avuto l’ardire di sfidare piogge e temporali estivi tremendi: rievocano forze indicibili che hanno saputo, potuto sopravvivere a calure capaci di fiaccare anche le tempre più tenaci.

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C’è un prima e un dopo. Un avviarsi e un tornare. Comunque, un andare che ha bisogno di sogni, di mete, di desideri, di contatti, di giorni nuovi.

Seguendo la suggestione delle vibrazioni e delle parole-poesia disseminate lungo il sentiero del ritorno al feriale, giardino del quotidiano esistere, diventa possibile interrogare ancorché rispondere, interpellare piuttosto che risolvere, lasciarsi avvicinare anziché distinguere, comprendere senza separare, lasciarsi toccare senza più accontentarsi di guardare a distanza.

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Se nulla ti tocca, nulla ti può dare gioia. Non nasce dal nulla la gioia, la festa interiore, ma dalla passione, dall’incontro, dal contatto tra ciò che è altro e il fiume profondo che scorre dentro alla ricerca irrefrenabile delle acque grandi che danno sapore, conoscenza, spazio, prospettiva.

Vibrare, dunque, lasciarsi riscaldare. Alimentare quel fuoco che non consuma. Percepire suggestioni capaci di vedere suoni, di udire movimenti, di leggere silenzi, di cantare colori.

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L’estate può finire, la sera può arrivare, il viaggiatore può tornare: ma proprio nell’ordinario si cela il fuoco che accende i sogni, solo nel quotidiano acquista spessore la gioia, come una scala di fuoco musicale che accarezza e infiamma tutto ciò che può apparire feriale e abituale. Ma nulla è più tale se il fuoco accende, tocca, avvolge, colora e spezza quei silenzi e quelle solitudini che negano l’incontro.

Era sera.

Raccolti attorno al fuoco, tutti sapevano di poter trovare proprio lì ascolto, attenzione, narrazione, condivisione, confidenza, memoria, accoglienza.

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Guardando il fuoco, il gioco delle fiamme che si muovevano imprevedibili e vivaci, nel tentativo di sgusciare fuori dal legno che le alimentava, si riusciva comunque a entrare nella vita di chi stava seduto accanto e, guardando verso la medesima direzione, entrare con discrezione e rispetto dentro a racconti che portavano alla reciproca conoscenza di sé.

Parlare e sognare di giorni futuri, migliori…

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Davanti al fuoco escono solo le cose vere, quelle che appartengono al segreto del vivere. Da lì cominciano, di presto mattino, i nuovi cammini. A sera, sotto la cenere vaporosa, vengono nascoste braci pronte a riaccendere e a dare forma viva a sogni inediti e a speranze nuove.

Di primo mattino, un leggero soffio scosta il grigiore fumigante di un fuoco rimasto sopito, eppur vivo, tutta la notte.

Cominciano così le cose nuove. Dal poco. Dal piccolo. Dal silenzio. Poi, tutto diventa grande, eloquente, importante.

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Non dipende da altri il bello e il buono che ciascuno vorrebbe trovare intorno a sé. Nasce da noi stessi. Si alimenta con la legna che ciascuno saprà portare al fuoco grande che tutti cercano e verso cui tutti sono attratti.

La vita nuova comincia da un soffio leggero che, di primo mattino, ci spinge a cercare sotto la cenere che tace una brace viva, la stessa che fino alla sera precedente aveva alimentato condivise memorie, coinvolgenti narrazioni, attente riflessioni.

Fidarsi.

Questo è il segreto custodito da chi sa sostare davanti al fuoco, da chi sa stupirsi come un bambino. Stupore che in ciascuno, come un fuoco, può accendere ancora desideri e gesti di generosità, passi di accoglienza, braci di luce da portare nel buio delle notti che appaiono troppo scure, troppo lunghe, troppo dense.

La sera giungeva repentina. L’alba tardava a levarsi. A sera, dopo il tanto andare di cosa in cosa, si tornava al fuoco, al cuore della casa, dove la legna si consumava offrendo in cambio calore, luce, attrazione, sapore.

Il sapore è frutto di desiderio e di cura del particolare.

E non si dimentica.

Accade come il fumo: rimane nell’aria, spesso non si vede nemmeno, eppure porta a memoria il fuoco, la legna, il vento che lo ha alimentato.

Ci sono esistenze, vite belle, storie speciali che vanno via veloci disperdendosi al vento come fili di fumo.

Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce, il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo.

Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu.

Ricordare fa bene...

Ricordare fa bene perché impegna a ricominciare, a ripartire, a conservare ripartendo da capo, nella verità e nel silenzio, senza apparenze, senza ostentazione, lasciando nell’aria solo profumo, invisibile, evocativo, inconfondibile.

Non serve mostrare, non occorre ostentare: il fumo, anche solo il sapore del fumo disperso nel vento, è testimonianza di un fuoco.

Cosa arde dentro a esistenze che vivono come se non dovessero mai morire e muoiono come se non avessero mai vissuto?

(Servizio fotografico realizzato da Marina Tarozzi)

Fausto Corsetti

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