RIFLESSIONI SULLA FILOSOFIA, SULLA TECNICA E SULLA GUERRA (I^ PARTE)

L’opinione del filosofo

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“Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo”. (Jonas)

cms_26014/1.jpgLa filosofia ha il compito di individuare nel suo sviluppo storico i momenti a partire dai quali si produce il distacco fra ricerca della verità e ricerca del bene comune, ossia della felicità della società. Questo è indubbiamente uno di quei momenti. Distaccandosi dalla filosofia tramite la rivoluzione galileiana e newtoniana, l’uomo ha dimenticato l’originaria vocazione al bene e alla felicità che lo caratterizzavano, quando bene e felicità integravano il grande progetto rinascimentale di ripresa della visione omnicomprensiva della filosofia greca.

Ritenendo che la filosofia abbia la vitalità e la responsabilità di indicare l’ambito generale di soluzione dei gravi problemi che si prospettano all’uomo del XXI secolo, crediamo nell’atteggiamento e nella tradizione dialogica del pensiero occidentale, quale elemento vitale per superare i pericoli estremi generati dal sodalizio fra capitalismo indifferente, tecnica spersonalizzata e pulsioni di morte e di potenza, espresse nelle tante guerre nella πόλις globalizzata.

Qualche decennio prima della globalizzazione del capitalismo, il pensiero filosofico aveva già preso coscienza di questi pericoli in relazione alle responsabilità della tecnica. Come confermano le analisi di Husserl e Heidegger, è impossibile condurre un’analisi della tecnica senza riportarla alla storia europea. La consapevolezza che la riflessione heideggeriana sulla storia è che la civiltà tecnico-scientifica si sia sviluppata in occidente proprio a partire dalla φιλοσοφία dei greci.

L’umanismo è legato alla ricerca filosofica fin dagli albori, il pensiero della filosofia occidentale che dovrebbe oggi essere intesa come ideale etico e politico di integrazione dialogante delle differenze sottoposta allo scopo del buon governo.

“L’«humanum» richiama la parola humanitas, l’essenza dell’uomo. Restituire un senso alla parola “umanismo” significa rideterminare il senso della parola.

L’ “ismo” allude al fatto che l’essenza dell’uomo dovrebbe essere presa come essenziale. L’umanismo significa che l’essenza dell’uomo è essenziale per la verità dell’essere, di conseguenza, ciò che importa non è più l’uomo, preso come tale. Ma per questo è necessario che l’essenza dell’uomo sia esperita in modo più iniziale, e poi che si mostri in che misura questa essenza, a suo modo, divenga destino. L’essenza dell’uomo riposa nella sua e-esistenza. È questa ciò che importa in un senso essenziale, cioè a partire dall’essere stesso, in quanto è l’essere che fa avvenire (ereignet) l’uomo come e-sistente risiede nella verità dell’essere, ponendosi a guardia di tale verità.

Brief über den Humanismus. Heidegger e il nuovo umanesimo.

cms_26014/2_1652334927.jpgUno dei testi in cui Heidegger ha elaborato più approfonditamente la sua analisi storica di ciò che è stato l’umanismo fin dall’antichità e la proposta di un rinnovamento dell’umanismo europeo, è il Brief über den Humanismus, in cui Heidegger analizza la nascita e lo sviluppo storico del concetto di umanismo: da tale analisi, viene fuori anche la storia di come si è costituita ed imposta nel mondo la cultura europea, nell’auto-percezione della propria civiltà.

Il ‘’Brief’’, all’indomani della fine della seconda guerra euro-mondiale, è il primo atto di pensiero in cui si comprende chiaramente che il tramonto dell’ideale umanistico nella condizione dell’alienazione umana, è un fenomeno strettamente europeo e strettamente legato al modo in cui la scienza e la tecnica hanno finito per imporsi nelle società tecnologicamente avanzate, a partire dalla nascita in occidente dell’ideale scientifico rinascimentale e moderno, ma in continuità profonda con l’elaborazione dei concetti di τέχνη e di ἐπιστήμη della filosofia di Platone e Aristotele.

La “Lettera sull’umanismo” come un punto di partenza chiarisce quali relazioni possono intercorrere fra l’idea di razionalità che è invalsa nella storia occidentale – sostanzialmente la razionalità tecnico-scientifica – e gli esiti sociologici, economici ed antropologici che oggi caratterizzano il villaggio globale. La ricerca di una filosofia umanistica può essere un modo per indicare una risposta alla crisi del capitalismo globale? Un umanismo inteso come salvaguardia dal dominio nei confronti del più debole, come teorizzato da Marx già all’inizio dell’epoca industriale, puo’ limitare fino a impedire lo sfruttamento e l’oppressione nel lavoro e nelle relazioni?

cms_26014/3.jpgQuello che Heidegger individua nella “Lettera sull’umanismo” e in “La questione della tecnica” è evidentemente la tendenza decisa del pensiero occidentale in direzione della produzione tecnica. Oggi bisogna avere il coraggio di operare una più difficile e più consapevole torsione: è necessario integrare il pensiero tecnico-scientifico con le esigenze psicologiche e morali più profonde delle comunità umane, per permettere una produzione sostenibile e una scienza che si faccia guidare dal valore della dignità della persona, al di fuori dell’alienazione che il mondo tecnologico-industriale impone.

In “La questione della tecnica” Heidegger scrive che quando nasce la scienza moderna il progetto tecnico era all’opera fin dall’antichità, individuando la costituzione tecnica delle scienze e vedendo la storia della filosofia come sostanzialmente dominata dall’avvento della tecnica. Se Marx, in stile positivista, esprimeva ancora piena fiducia nel progresso tecnico, inteso come via per la liberazione del lavoratore dall’oppressione, la condizione di alienazione e il senso profondo di fallimento storico portano Heidegger a ripensare il concetto di “umanismo”, fino a rifiutarne persino il nome.

Il “nuovo umanismo” indicato da Heidegger non può più essere un’esaltazione dell’uomo e del trionfo dell’agire tecnico dovuto alla scienza: esso deve restare un’ideale di salvaguardia e di responsabilità per l’ambiente e gli ecosistemi da parte dell’uomo, praticate nell’umiltà del servizio e nell’apertura alla dimensione del “sacro” e del “trascendente”. Il sacro è una dimensione che tocchiamo quando sperimentiamo la nostra debolezza rispetto alla natura o alla storia, nell’incapacità di controllare la nostra vita.

La dimensione del sacro non può essere sradicata o negata: essa ci mette di fronte alla nostra finitezza e costituisce un elemento che caratterizza l’esistenza. La dimensione del sacro e del trascendente sollecita il rispetto e la custodia per quell’ambito di valori che l’uomo sente connaturati alla propria vita e per il quale non sono da ricercare spiegazioni scientifiche o utilità economiche. La sottomissione della natura coinvolge ora anche la natura stessa dell’uomo, la più grande sfida che sia mai venuta all’essere umano dal suo stesso agire, ciò che l’uomo è oggi in grado di fare, ma che non può e non deve continuare a fare. È questa la realizzazione di un dominio sulla natura che ha totalmente travisato la dignità dell’uomo nel contesto dell’essente.

Fine della prima parte (segue)

Gabriella Bianco

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