RILEGGENDO POESIA- BEPPE SALVIA

È quasi primavera

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cms_22364/1.jpgQuando, nel maggio 1991 (n.40/anno IV del mensile POESIA uscì l’articolo Beppe Salvia – Lettera, il poeta – di Potenza, ma romano di adozione – era già scomparso da sei anni.

Così scriveva Arnaldo Colasanti: Se i “baci” di Beppe Salvia “sono bellissimi doni” è perché la vita in sé non è rancore, ma luce e ombra che abbaglia e bacia fino a incendiare. Questi versi sono il rossore di quella fiamma, e nascono innanzi tutto come un dono, come una tenerezza, quando la lingua si purifica di ogni sofferenza per continuare a credere nel cristallo di una quiete a fondo della vita e nel suono perfetto e casto di una voce di letizia. Sia pure a distanza di trent’anni, dovremmo essere ancora profondamente grati ad Arnaldo Colasanti per la raffinata eleganza di quel “pezzo”, che meriterebbe di essere riportato per intero.

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E tuttavia oggi l’International Web Post, nella rubrica La Pagina della Cultura, intende presentare la figura e l’opera di Beppe Salvia, nato a Potenza nel 1954, ma trasferitosi con la famiglia a Roma nel1971, dove viveva e studiava entomologia, e dove si è tolto la vita nel 1985. Ha pubblicato le prime poesie su “Nuovi Argomenti” alla fine degli anni ’70 e sulle riviste “Prato pagano” e “Braci”. A parte Appunti (Tipografia T. Pantò edizioni, 1978) e Lettere musive (Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1980), la gran parte delle sue poesie sono uscite postume: Estate di Elisa Sansovino (Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985), Cuore (Cieli celesti, Rotundo, 1988), Elemosine Eleusine (Edizioni della Cometa, 1989), I begli occhi del ladro (a cura di Pasquale Di Palmo, Il Ponte del Sale, 2004), Un solitario amore (a cura di Emanuele Trevi e Flavia Giacomozzi, Fandango, 2006) (da: https://www.italian-poetry.org/beppe-salvia/). Ha fatto parte della nuova scuola romana di poesia, sulla quale ha scritto Flavia Giacomozzi nel libro Campo di battaglia. Poeti a Roma negli anni ’80 (antologia di Prato pagano e Braci), prefazione di Gabriella Sica, Roma, Castelvecchi, 2005. Flavia Giacomozzi per la stesura del libro si è avvalsa dell’Archivio di Gabriella Sica e delle sue informazioni a voce. L’opera di Beppe Salvia è stata ricordata anche nel testo L’io che brucia, omaggio alla scuola romana di poesia. Negli Anni ’80 a Roma un gruppo di giovani poeti, scrittori, artisti aveva preso a riunirsi a Sant’Agata de’ Goti: avevano già intuito questo scollamento tra arte e pubblico, tra poesia e pubblico in special modo. Ci si stava allontanando dalla lingua e conseguentemente dai fruitori, dai lettori. Da questa esperienza era nata una rivista che, sia pure soltanto fino al 1984, avrebbe prodotto un’eco persistente lungo l’intera penisola.

Quella rivista era Braci. Scrive Claudio Damiani: Ciò che caratterizzava Braci era una reazione istintiva e vitale (ma al tempo stesso molto cosciente e piena di studio e dedizione) al totalitarismo ideologico e desertificante della poesia del secondo Novecento, al suo progressivo insabbiarsi nell’afasia e nell’impotenza; e un ritorno alla lingua, ai padri, come era successo alle origini della nostra letteratura moderna con Alfieri e Foscolo, come se noi fossimo giunti a parlarne un’altra, di lingua (che noi chiamavamo spregiativamente “linguaggio”), e avessimo dimenticato la nostra. Parallelamente un ritorno alla vita, ossia alla possibilità della poesia di dire la vita, e quindi di essere veramente poesia. “Sono felice e triste”, scriveva Beppe Salvia in una sua poesia, quasi a dichiarare un’antitesi; ancora si racconta del festival della poesia di Villa Borghese, nel 1984, quando non si presentò al microfono, lasciando vuoto il palco, quasi a presagire la sottrazione futura.

cms_22364/2.jpgDaniele Mencarelli (editorialista de Il Foglio) ha recentemente ricordato Beppe Salvia a trentacinque anni dalla morte: intrecciando amicizia e arte con quel gruppo di poeti e critici che daranno vita alla meravigliosa avventura della rivista Braci, in mezzo a un mondo in frantumi, coglie con certezza un’evidenza: la poesia non interessa più, sta perdendo aderenza con il mondo, con i lettori. I responsabili di questa lenta agonia sono diversi: in primis le avanguardie. La zavorra ideologica. Loro vogliono tornare a una poesia che sappia dire il mondo, alla semplicità quale gesto ultimo, ai maestri latini, a Petrarca, perché l’uomo procede in avanti solo quando sa tornare con dedizione e reale trasporto ai maestri. I suoi testi raggiungono la luce, che chiarisce e scalda. I suoi versi “baci”, “bellissimi doni.”

È quasi primavera

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
e questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.

Raffaele Floris

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