RILEGGENDO POESIA:STELVIO DI SPIGNO

L’ombra

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cms_30886/poesia.jpgStelvio Di Spigno apparve sul mensile POESIA nell’ottobre del 2011 (n. 264) con Monodia della neve, una serie di inediti che ci colpirono allora e che continuano a colpirci.

Ma, dovendo giocoforza ammettere che non è possibile ricordare tutto di tutti, ci rammarichiamo di non averlo seguito con l’attenzione che merita.

Stelvio Di Spigno, come apprendiamo da https://site.unibo.it/atlante-poeti/it/poeti-sud/stelvio-di-spigno,è nato a Napoli nel 1975. Si è laureato e addottorato in Letteratura Italiana a Napoli, presso l’Università L’Orientale. Ha esordito in poesia nel 2001 con la silloge Il mattino della scelta nel VII Quaderno Italiano di Poesia contemporanea, curato da Franco Buffoni. La prima pubblicazione autonoma è Mattinale (Sometti, Mantova 2002) che rielabora materiali della silloge precedente e ottiene il premio Andes. La seconda edizione di Mattinale viene pubblicata nel 2006 presso l’editore Caramanica di Marina di Minturno (Lt), nella collana diretta da Rodolfo Di Biasio, ottenendo il Premio Calabria.

cms_30886/Stelvio_Di_Spigno.jpgNel 2007 esce il secondo libro organico, Formazione del Bianco, già finalista al premio Sandro Penna l’anno prima, con la prefazione di Stefano Dal Bianco per l’editore Manni di Lecce. Nel 2010 viene pubblicato il terzo libro, La Nudità, per l’editore peQuod di Ancona, con un breve saggio conclusivo di Fernando Marchiori. Nel 2013 pubblica Qualcosa di inabitato, a quattro mani con Carla Saracino, per le edizionI EDB di Milano, con una breve nota introduttiva di Mary Barbara Tolusso. Le poesie di questa silloge sono incluse nel suo quarto libro organico, Fermata del tempo, edito da Marcos y Marcos di Milano nel giugno 2015, con la prefazione di Umberto Fiori. Il libro ha ottenuto il premio nazionale di Calabria e Basilicata. Suoi testi sono tradotti in inglese e spagnolo. Come critico, tra il 1998 e il 2000, ha collaborato all’annuario “I Limoni” sotto la guida di Giuliano Manacorda, ha pubblicato il volume ”Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi cognitivo comportamentale dei disegni letterari e delle fonti autobiografiche della tradizione (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Si è occupato di linguistica e ontologia leopardiane, di Gadda, Montale, della poesia post-avanguardista italiana, di Claudia Ruggeri con saggi e articoli pubblicati su «Testo a fronte» e sugli «Annali» dell’Università l’Orientale di Napoli. Dopo circa un decennio di collaborazione universitaria, attualmente insegna nei licei e in università private.

cms_30886/2_Stelvio_Di_Spigno.jpgVive tra Anzio, Roma e Gaeta. Ancor più dettagliate, forse, sono le note biografiche pubblicate da www.larecherche.it.

Pordenone Legge l’ha intervistato: significative un paio di risposte, che dovrebbero farci riflettere, se davvero ci sta a cuore la poesia.

Quali sono i poeti della tradizione novecentesca che ritieni essenziali per la tua formazione poetica? Per quali motivi?

Montale, Ungaretti, Caproni, Sereni, Zanzotto sono quelli che amo di più. Non saprei spiegare il motivo. In diverse fasi della vita ho incontrato questi poeti e mi hanno arricchito e spinto a scrivere poesie.

C’è, nella tua opinione, spazio per un ruolo pubblico del poeta nella società di oggi?

No, non penso che ci sia un tale spazio. Ma il mondo della poesia non è esente da colpe: è troppo autoreferenziale. I poeti parlano solo ai poeti. Forse noi tutti - chi scrive in primis, i poeti contemporanei, gli addetti ai lavori - dovremmo ricordare le parole di Boris Pasternak: “la poesia rimarrà sempre eguale a se stessa: essa giace nell’erba, sotto i nostri piedi, e bisogna soltanto chinarsi per scorgerla e raccoglierla da terra. La poesia sarà (sempre) troppo semplice perché se ne possa discutere nelle assemblee.”

Stelvio Di Spigno non ha, come afferma lui stesso, un blog personale e mastica poco i social. Ma ha versi coraggiosi, “tesi tra il recupero d’un tempo trascorso ma mai veramente passato e la proiezione verso un futuro che si dilata come un mare senza sponde. Gli esseri umani sono la mia croce, scrive Stelvio e Minimo Umano sembra in effetti una risposta più che pertinente al dibattito filosofico sull’attuale nichilismo che spezzerebbe la tripartizione classica di religione / scienza fra un passato oscuro votato all’ignoranza e al peccato originale, un presente fondato su ricerca e redenzione e un futuro di luminosità e resurrezione.
La mancanza di scopi e speranze (oltre le quali il poeta intima di non andare mai) è la cifra del vuoto che ha relegato la poesia, come costola adamitica della letteratura, ai margini della vita sociale e civile e che invece reclama a gran voce il suo primato” (Germano Innocenti).

L’ombra

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà
dei giochi e al profumo dei piaceri
indefiniti, alla fantasia e alla menzogna;
abbandonami, mia ombra di frontiera,
come in un giorno senza sole, lasciami
visitare dal tuo prestante colore
muto della morte.

Raffaele Floris

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