RILEGGENDO POESIA: POMPEO BETTINI

La figlia della Maddalena

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Nel novembre del 2009 POESIA inaugurava una rubrica, Dagli scrigni dell’Ottocento, curata di Silvio Ramat, che introduceva così l’iniziativa: “Lo si consideri o no divino (l’espressione era di Umberto Saba, NdA) il diciannovesimo secolo, anche a restringere il campo alla sola poesia italiana, rivela una sorprendente quantità di significative figure nascoste, o meglio, trascurate, messe nell’ombra dall’invadenza dei pochi Grandi riconosciuti.

Riconoscimento legittimo, per carità: chi mai scalzerebbe dal loro piedistallo Foscolo, Manzoni Leopardi? Ma il secolo, specie nella sua parte discendente, offre un campionario di autori, o almeno di testi esemplari, a cui la scontata definizione di minore non sottrae originalità ed energia D’altronde Caproni scriveva, pensando a Sbarbaro: Dubbio a posteriori: / i veri grandi poeti / sono i poeti minori?

cms_30204/0.jpgPompeo Bettini (1862-1896), veronese, trasferitosi nell’infanzia a Milano con la famiglia, ebbe una vita breve. Socialista riformista (vicino a Filippo Turati) di salda cultura e fede, ma talmente onesto e accorto da non poter nascondere a sé e agli altri che per un popolo come l’italiano la rivoluzione era un orizzonte vietato. “È inutile soffiare e risoffiare: / intorno non c’è legna da bruciare; / no, miei cari incendiarii”, la canta senza mezzi termini agli amici socialisti nella ricorrenza di un Primo Maggio.

Avviato agli studi tecnici, trasse un più vero alimento dalle varie letture cui dedicava il tempo nelle frequenti assenze da scuola per la malferma salute. La fede tradizionale conserverà a lungo in lui un fascino mai del tutto smentito, anche se verrà gradatamente cedendo, peraltro senza gravi turbamenti, all’azione dovuta alle "idee rinnovatrici" dei tempo. Per aiutare la madre e una sorella - il padre era morto prematuramente - trovò occupazione come correttore di bozze nello stabilimento tipografico Sonzogno. Qui, a contatto con l’ambiente operaio, e in un’esperienza di lavoro che lo impegnava seriamente’ come attestano anche due sue conferenze d’indole professionale a una scuola tipografica, il B. venne maturando l’adesione al partito socialista, entrando in rapporto con uomini e ambienti culturali di sinistra, e particolarmente con F. Turati, il quale avrà per lui un’affettuosa stima sia come uomo sia come poeta. Il B. collaborava a Critica sociale del Turati e a Lotta di classe; su questa, a partire dal numero dei 17-18 settembre 1892, pubblicò in appendice la traduzione del Manifesto dei comunisti.

(cenni biografici tratti da https://www.treccani.it/enciclopedia/pompeo-bettini_%28Dizionario-Biografico%29/).

Minato nel fisico dal tifo,accettò una decurtazione del suo modesto salario di impiegato tipografo a vantaggio degli operai dell’azienda.

cms_30204/00.jpgDal punto di vista poetico, Bettini non si lascia bloccare in una cifra univoca, e la sua vena polemica e civile è mite e ragionevole ma intensa. Tardo-simbolista e genialmente crepuscolare, per certi versi Bettini pare anticipare Saba di vent’anni, eppure non sembra che i due si conoscessero. È probabilmente responsabilità di Benedetto Croce “una cocciuta sordità nei confronti dei poeti della sua epoca” (S. Ramat), tuttavia scrisse, nel 1911, un importante studio critico sul Bettini e, nel 1942, ne ristampò le poesie. Quindi possiamo rilevare con piacere che Pompeo Bettini, anche oggi, non è un illustre sconosciuto per il web.

Non solo Wikipedia e Treccani sono i riferimenti reperibili. Nel 2019 Salvatore Ritrovato gli dedica un bell’articolo su https://www.alleo.it/2019/09/21/ in cui afferma, fra l’altro: come rimettere insieme i pezzi di un autore, che prima di professarsi poeta, ha deciso – e non è cosa comune – da che parte stare, e coerentemente con tale scelta cerca un pubblico nuovo? Forse nella sua poesia vi è la confessione piena di un uomo che scrive non per realizzare un sogno narcisistico inseguendo un movimento letterario o omologandosi a un modello (rimase comunque estraneo al fascino dannunziano, e lontano dai suoi seguaci, ma per fare i conti con se stesso, con i propri limiti, siano quelli politico-ideologici, siano quelli tecnico-estetici, se pensiamo che egli non rinunciò a tentare la via della letteratura. In fondo Bettini, con i suoi studi tecnici, correttore di bozze, sembra incarnare una nuova età – più democratica, se vogliamo, ma anche più instabile e imprevedibile – della letteratura: la dura lotta contro l’analfabetismo comporta una sempre maggiore accessibilità al sistema letterario, con un progressivo e diversificato aumento della base dei lettori, all’interno di un sistema editoriale sempre più pervasivo e meno selettivo. Perciò scrivere in versi, nel momento in cui si connota come un momento di rivendicazione (e liberazione) della sfera del privato, è come se apparisse alla portata di tutti. A quanto pare a Pompeo Bettini la definizione di minore sta davvero stretta.

La figlia della Maddalena
Quando venivi era un giorno di sole;
o se pioveva, la pioggia cantava.
Io tutto l’anno quel giorno aspettava
per infilare perline con te.
Belle perline, discioltosi il refe,
seminavate di sprazzi il cortile;
ma tu ne avevi nel grembo altre file,
ne avevi quante le figlie di un re.
Sei morta presto, gentile villana,
e colla Pasqua d’aprile che viene,
la tua memoria, cui voglio ancor bene,
torna, recando il passato con sé.
Mentre sull’erba, ch’è il tuo monumento
Nel cimitero del borgo silente,
infila perle la pioggia cadente,
infilo rime, fanciulla, per te.

Raffaele Floris

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