RILEGGENDO POESIA – ISABELLA LEARDINI

Non sono…

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cms_29766/poesia.jpgDavide Brullo, nell’ottobre 2008 (n. 231), con un articolo intitolato La stella polare: poeti dei tempi ‘ultimi’, presentava ai lettori alcuni poeti nati dopo il 1964.

Prima fra tutte Maria Grazia Calandrone, di cui però abbiamo già parlato qualche tempo fa; seguivano, fra gli altri, Pierluigi Cappello, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Federico Italiano e Isabella Leardini, della quale parleremo oggi.

Brullo, nel suo articolo, precisava: “La poesia afferma la nostra mortalità. Non dice altro. Non garantisce una durata superiore né tanto meno assicura una qualche invulnerabilità per l’uomo, che semmai attraverso la poesia diviene ancora più umano, e perciò mortale. […] Sta qui, in questa povera e scabra demarcazione di sguardo la rivoluzione dei poeti nuovi. Che adoperano lo strumento della letteratura non certo per fare i letterati. Né tanto meno avendo velleità da intellettuali che riflettono sulla necessità dell’opera scrivendola, gioco smaccatamente novecentesco. No, semmai costoro costruiscono un mondo, spesso e volentieri privo di stucchi e artifici retorici, spoglio e col minimo scarto di parole, che ha come pilastro centrale la semplice verità delle proprie mani, della vita e della morte.” In sostanza si voleva affermare che la letteratura degli anni 2000 non doveva guardarsi indietro, anche solo per superare il Novecento, né lavorare per rivoluzione (o reazione), ma essere qualcosa di terrestre, incisivo, necessario. Una riflessione su queste parole, tuttavia, necessiterebbe la pubblicazione integrale dell’articolo e ci porterebbe necessariamente troppo lontano. Torniamo a Isabella Leardini, voce importante della contemporaneità: la conosciamo tramite il suo sito https://isabellaleardini.com/, che invitiamo a visitare.

cms_29766/Isabella_Leardini.jpgIsabella Leardini è nata a Rimini nel 1978, nel 2002 ha vinto la sezione inediti del Premio Montale con i testi in seguito inclusi nel suo primo libro La coinquilina scalza, uscito nel 2004 con prefazione di Milo De Angelis nella collana Niebo, da lui diretta per le edizioni La vita felice.

Ristampato numerose volte il libro è uscito anche in Spagna nel 2017, con traduzione di Juan Carlos Reche e Paola Patrizi (La Isla de Siltolà). Alcuni versi da La coinquilina scalza sono citati da Vasco Brondi negli album de Le luci della centrale elettrica. Nel 2017 è uscita per Donzelli Editore la raccolta Una stagione d’aria, Premio Città di Arenzano e finalista Premio Camaiore, Castello di Villalta e Onor D’Agobbio. E’ compresa in numerose antologie italiane e internazionali, tra cui Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012) a cura di Giovanna Rosadini, Poesie Italiane 2017 scelte da Roberto Galaverni (eIliot, 2017), Il miele del silenzio, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009), Les Poètes de la Méditerranée (Gallimard, 2010) con traduzione di Jean Baptiste Para, Esplendor en las sombras. ( Huesos de Jibia, Buenos Aires, 2015) con traduzione di Maria Cecilia Micetich e Elena Tardonato Faliere, Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas, a cura di Federico Italiano e Jan Wagner (Hanser, 2019).

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Tiene laboratori e workshop di poesia in tutta Italia con il metodo edito nel suo saggio Domare il drago (Mondadori, 2018). Insegna scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Dirige le collane di poesia di Vallecchi Editore. Con l’artista Giovanni Turria cura le edizioni d’arte Print & Poetry. Fa parte del Consiglio Direttivo del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Ha fondato e diretto per diciassette anni il Festival Parco Poesia. Non ce ne voglia Davide Brullo se non concediamo nulla alla tentazione di seguire il suo paradosso: “Non è più tempo di fare versi ma di diventare uomini: che i poeti a questo punto muoiano per sempre” con cui concludeva la sua riflessione. Quando (ancora) si scrivono versi quali quelli di Isabella Leardini, classici e modernissimi al tempo stesso, con quella freschezza e quella pulizia di linguaggio, molto meglio che i poeti vivano! E – facendo i debiti scongiuri – che vivano a lungo.

Non sono una che molla all’improvviso
che scompare con un colpo della porta
mi tengo anche la fiamma che si spegne
la povertà che resta tra le mani.
Vivere nella fame è come un vizio
che fa dimenticare ogni sapore.
Ma non ti accorgerai di avermi persa
finché non sparirò come la polvere
che scende in mezzo all’acqua per le strade.
Il cuore più violento è proprio il nostro
che sa restare in bilico e non frana.

Da Una stagione d’aria (Donzelli, 2017)

Raffaele Floris

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