RILEGGENDO POESIA – EMILIO VILLA

Nottata di guerra

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cms_25198/poesia.jpgOmaggio a Emilio Villa fu un saggio di Giacinto Spagnoletti pubblicato nel dicembre 1998 (n.123).

Diverse pagine, scritte magistralmente, che non possiamo neanche pensare di riassumere: abbiamo già accennato – in questa rubrica – la profondità e la preziosa capacità divulgativa di Spagnoletti. Un saggio di questo genere non può essere “tagliato” e d’altronde non è disponibile online (esiste però una pubblicazione cartacea). Fatta questa debita premessa possiamo ora presentare la figura e l’opera di Emilio Villa (1914-2003), precursore del Gruppo 63, con una precisazione: esiste un’omonimia. Non dev’essere confuso, infatti, con uno dei firmatari del manifesto razzistico fascista, il prof. Emilio Villa, collaboratore de La difesa della razza di Telesio Interlandi. “L’intellettuale milanese non ebbe mai a che fare con la politica, come testimoniano il suo più noto studioso, Aldo Tagliaferri, che lo conobbe e frequentò personalmente per anni, ed Elena La Spina, in un intervento sul catalogo della Mostra di Reggio Emilia del 2008, sinora la più importante studiosa delle sue opere.” (Ci rendiamo perfettamente conto che alcune schede biografiche non si discostino da abituali cliché, ma contemporaneamente ci chiediamo cosa c’entri la politica con la difesa della razza). Leggiamo invece da https://www.lormaeditore.it/catalogo/autore/51/emilio-villa qualcosa di più accurato.

cms_25198/1.jpgEmilio Villa nasce ad Affori, oggi un quartiere di Milano. Dopo il seminario prosegue gli studi presso l’Istituto Biblico di Roma, specializzandosi in assiro-babilonese e ugaritico. Nel 1934 pubblica la sua prima raccolta di versi, Adolescenza, cui segue un’intensa attività pubblicistica. Richiamato dalla Repubblica di Salò, si nasconde in Toscana; a Milano vive in clandestinità e prende parte alla Resistenza. Tra il ’51 e il ’52 si trasferisce in Brasile, dove lavora al Museo d’arte moderna di San Paolo. Tornato in Italia, a Roma, si occupa per lo più d’arte, creando riviste come «EX». Nel 1986 un ictus lo paralizza, lo ammutolisce. Muore in solitudine, in un ospizio presso Rieti, il 14 gennaio 2003. Rarissime le sue pubblicazioni “ufficiali”, come la versione dell’Odissea (edita da Guanda nel 1964, riproposta poi da Feltrinelli e DeriveApprodi) e gli scritti di Attributi dell’arte odierna (dopo il primo volume edito da Feltrinelli nel 1970 non uscì il programmato secondo; l’opera nella sua completezza è stata restaurata da Aldo Tagliaferri per la prima serie di «fuoriformato», Le Lettere 2008). Anche un secondo volume delle Opere poetiche (dopo un primo curato da Tagliaferri per Coliseum nel 1989) non è mai uscito. Dopo un importante fascicolo dedicatogli dal «verri» nel 1998, sono usciti a cura di Cecilia Bello Minciacchi le traduzioni di Proverbi e Cantico (Bibliopolis 2004), a cura di Tagliaferri L’arte dell’uomo primordiale (Abscondita 2005) e, a cura di entrambi, Zodiaco (Empirìa 2000). A Claudio Parmiggiani si deve invece la grande mostra Emilio Villa poeta e scrittore, tenutasi a Reggio Emilia nel 2008.Per anni Emilio Villa,” afferma Giorgio Moio, “è stato ignorato dalla critica cosiddetta ufficiale e privato al grande pubblico. Eppure la sua presenza in seno alla poesia di questo secolo è di estrema importanza, una ricchezza di un prevalente proliferio di energia linguistica da cui chiunque dovrebbe attingere i motivi fondamentali di un vivere al geste de la dinamicité e sentirsi almeno in parte immune dai tratti aleatori di un postmoderno evanescente e simulacrale.” (https://www.utsanga.it/moio-giacinto-spagnoletti-a-cura-di-omaggio-a-emilio-villa-fondazione-piazzolla-roma-1998/). I nostri lettori, se lo vorranno, potranno ulteriormente approfondire accedendo al link. Una cosa è certa: se figure intellettuali autentiche vengono continuamente negate la letteratura italiana conosce poco di sé . Isolando e occultando le sue parti migliori, è destinata a morire. La figura di Emilio Villa prima o poi doveva pur uscire da questa impasse, da questa lenta moria e tentare di farsi conoscere da una schiera di intenditori che non fossero i soliti amici e stimatori di sempre.

cms_25198/emilio-villa-1914-2003.jpgEmilio Villa è poeta da sempre e da sempre in grado di interessarci, all’interno dei paradigmi discorsivi, a una poetica altra, strutturale, intraverbale, visuale (in Villa tutto è magistralmente visuale), lontano dalla restaurazione del mito, da un disagio profondo di una liricità incomunicativa, oggi di grande ritorno. E fa piacere notare che due valenti nostri critici, con lucide e profonde introduzioni se ne siano occupati. La sua scrittura procedeva instancabile contro l’attualità meccanicistica della letteratura da supermercato e della faciloneria di un certo tipo di sperimentalismo. Particolare è l’utilizzo che Villa fa della parola, non più come rimando al suo significato, ma come crogiolo di associazioni e dissociazioni ispirate dalle Parole in Libertà dei Futuristi. Il poeta infatti interviene nell’abisso delle sedimentazioni linguistiche liberando la parola dalla sua prigione e da un sistema gerarchico corrispondente alla struttura della società egemone e del suo pensiero, in cui il linguaggio genericamente si sviluppa e si usura (G. Moio)”. Vale la pena incontrarlo, rileggerlo è doveroso, ignorarlo un’omissione e un affronto.

Nottata di guerra

La notte che c’era il nubifragio, molte mamme
addormentate nella piena con la lingua secca,
io cominciavo a immaginarmi la ragazza
che adagio se la sfoglia, e dice: «ce l’ho lunga,
rara, rosa, bella» e trema come una foglia:

e l’erbe parvero sanguinare sotto la forbice dei lampi,
e noi non per niente dovevamo pensare alla salsa
inglese, alla trota moribonda con gli occhi nel sugo
delle vetrine tra le foglie di senna, con il prezzo
al minuto sul banco marmoreo, e alla stadera: allora,

primizia colore di pelle di pollastro, filamentosa,
una figliola in bianco poggiava le sue tette stagne
sul cristallo delle bacheche, e con il mignolo
piluccava l’uvetta nel mollo del panettone:

era la notte che c’era il nubifragio, e molte
ruote di lontano perdevano i tubolari nella palta,
e una zona di ragne baluginanti per l’aria alta,
orme sovrane e incerti passi sull’immobile
insonnia che divide i morti di qua dai vivi di qua.

Raffaele Floris

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