RILEGGENDO POESIA – GIUSEPPE UNGARETTI

"Senza più peso"

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L’appuntamento di oggi può essere considerato un incrocio, un punto di raccordo tra le nostre rubriche PROPOSTE DI LETTURA e RILEGGENDO POESIA.

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Perché Ungaretti è un classico, la sua biografia e le sue opere hanno attraversato il Novecento e non cessano di dare contributi fondamentali alla poesia contemporanea. Silvio Ramat ci parla di Ungaretti ne La poesia italiana 1900-1945 per titoli esemplari – Sentimento del Tempo. 0

cms_23092/2_1631068913.jpg Infatti “ fu proprio in quei vuoti, o meglio larghi intervalli - della sintassi, del senso, del suono -, in quelle forme che oggi accusiamo un po’ vaghe poté manifestarsi la tempestività del libro: che, allora, venne incontro a una fervida aspettazione generazionale, di giovani dubitanti del dove e del come trovare le proprie parole. A dargliele fu proprio Ungaretti”. Reperire cenni biografici e l’opera omnia di Ungaretti non è certo impresa ardua, neppure per i lettori più pigri. Giuseppe Ungaretti nasce il 10 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi, trasferiti in Africa per lavorare alla costruzione del canale di Suez. A due anni il poeta subisce il primo lutto in famiglia: la morte del padre. Il periodo egiziano lascia nella mente dello scrittore ricordi esotici, uniti a esperienze giovanili di consolidate amicizie, come quella con il compatriota Enrico Pea, fondatore del circolo anarchico la «Baracca rossa». Nel 1912 Ungaretti si trasferisce a Parigi: studia per due anni alla Sorbona, segue le lezioni di filosofia di Bergson, ma non si laurea. Frequenta gli ambienti dell’avanguardia, venendo a contatto con Apollinaire, Picasso, Braque, e con gli italiani De Chirico, Modigliani, Soffici, Papini, Palazzeschi, Marinetti e Boccioni. Rientra in Italia nel 1914, si abilita all’insegnamento della lingua francese e lavora a Milano. Questo è il periodo in cui inizia la sua attività poetica. Allo scoppio della guerra, è attivo come interventista, si arruola come volontario ed è mandato a combattere sul fronte del Carso. Questa esperienza di trincea spinge Ungaretti a una profonda riflessione sull’effimera condizione umana e sul valore della fratellanza tra gli uomini: è l’uomo presente alla sua fragilità. Nasce quindi la sua prima raccolta (Il porto sepolto, 1916): «nel mio silenzio, ho scritto, lettere piene d’amore». Dal 1918 al 1921 vive a Parigi, lavora presso l’Ambasciata italiana ed è corrispondente per il giornale fascista il «Popolo d’Italia». Durante il suo soggiorno francese sposa Jeanne Dupoix e pubblica con Vallecchi la prima edizione di Allegria di Naufragi (1919). Il nome della raccolta indica la gioia del sopravvissuto alla tempesta, di colui che, avendo visto la morte vicina, sa apprezzare la vita: «E subito riprende il viaggio, come dopo il naufragio, un superstite lupo di mare». Ungaretti è dunque il poeta delle emozioni forti, che richiedono un’immediatezza espositiva, giocata sull’impiego di analogie e sulla rottura delle regole della metrica tradizionale. La punteggiatura è annullata, la disposizione della parola nello spazio bianco del foglio assume un’importanza fondamentale che concorre a scandire il ritmo nella declamazione poetica. Ogni parola racchiude in sé un concetto, per questo l’autore opera una scelta ben calibrata del lessico, che con la sua semplicità riesce a rendere con pienezza tutta l’amarezza e il dolore della sua prima produzione. A causa della precaria condizione economica, nel 1923 si trasferisce vicino Roma, a Marino, e viene impiegato al Ministero degli Esteri. Nel 1925, Ungaretti firma il Manifesto degli intellettuali fascisti. Nel 1931 esce l’edizione definitiva, de l’Allegria, il volume pubblicato originariamente nel 1916 con il titolo Il Porto Sepolto, quindi nel 1919 con il titolo Allegria di naufragi e di nuovo nel 1923 con la prefazione di Benito Mussolini. (Silvio Ramat afferma: l’inizio d’un viaggio alla volta di una terra promessa, pittoresca e virile, che sull’epilogo ahimè si connota per caratteri molto vicini a quelli della patria fascista, fruttuosa e prode […], in casi del genere anche l’endecasillabo, il nostro endecasillabo, serializzandosi meccanicamente, smette di cantare, non crea più niente.) La raccolta Sentimento del tempo, datata 1933, segna l’inizio dell’avvicinamento alla fede religiosa, che rappresenta per lo scrittore l’ultimo appiglio dell’uomo smarrito di fronte alle angosce esistenziali e al dolore della morte. Il recupero fideistico da parte dello scrittore comporta la ripresa di una metrica più tradizionale che vede l’impiego dell’endecasillabo e del settenario. Dopo un periodo di lavoro come corrispondente della «Gazzetta del Popolo», che lo vede impegnato in diversi viaggi all’estero, nel 1936 è chiamato in Brasile a insegnare letteratura italiana all’Università di San Paolo. Durante il soggiorno americano, il poeta, che in pochi anni aveva visto la morte della madre e del fratello, è ora colpito da un lutto ben più grave, la morte del figlio di nove anni. A questo tragico evento sono dedicati molti dei versi raccolti nella prima parte de Il dolore, in cui l’uomo ungarettiano lotta per conservare la fede di fronte agli imperscrutabili disegni divini: «In cielo cerco il tuo felice volto, ed i miei occhi in me null’altro vedano, quando anch’essi vorrà chiudere Iddio...» Nel 1942, a causa del conflitto mondiale, ritorna in Italia: gli sono conferiti il titolo di Accademico d’Italia e la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Alla fine della guerra, dopo una serie di difficoltà legate al suo collaborazionismo con il regime fascista, è confermato docente universitario e Mondadori comincia a pubblicare le sue poesie: Il dolore (1947), La Terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1961) e Vita di un uomo (1969). Questa ultima raccolta racchiude tutta la sua produzione poetica, inclusi i suoi saggi critici e le sue traduzioni, tra cui Gòngora, Mallarmé e Blake. Ungaretti termina così la sua opera letteraria, un anno prima della sua scomparsa. (https://www.italialibri.net/autori/ungarettig.html).

cms_23092/3.jpgÈ stata recentemente riproposta un’intervista curata da Ettore Della Giovanna per la RAI TV: era il 1961, mentre sono andate perse, purtroppo, le sue note introduttive all’Odissea del 1968. È opportuno sottolineare che la televisione di allora (definita fors’anche a ragione ingessata e bigotta) si occupava seriamente di teatro, di musica, di poesia, di prosa. Di cultura, e fu veramente cultura di massa, anche perché i telespettatori di allora non avevano l’opportunità di cambiare canale. Secondo Gianfranco Contini “il solo innovatore, o liberatore, nella catena dei poeti moderni è stato proprio Ungaretti. In questo senso si può dire che tutti sono, o siamo, usciti dal pastrano di Ungaretti.” Nonostante la sua “epurazione” dall’insegnamento universitario (che, tutto sommato, fu di breve durata), a distanza di tanti anni le polemiche circa la sua adesione al fascismo sono ancora oggi vive più che mai. Dovrebbe esserlo anche la sua opera. Cari lettori, se dovesse (ri)capitarvi Ungaretti sui social, sui giornali, in TV, non girate pagina, non cambiate canale.

SENZA PIU’ PESO

da IL SENTIMENTO DEL TEMPO - da L’AMORE

Senza più peso

Per un Iddio che rida come un bimbo,

Tanti gridi di passeri,

Tante danze nei rami,

Un’anima si fa senza più peso,

I prati hanno una tale tenerezza,

Tale pudore negli occhi rivive,

Le mani come foglie

S’incantano nell’aria...

Chi teme più, chi giudica?

Raffaele Floris

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