RILEGGENDO POESIA – MARINA PIZZI

Dio della notte…

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cms_27124/poesia.jpgInediti di Marina Pizzi comparvero nell’estate del 2002 (n. 163), con il titolo L’orologio del sussurro. Per i lettori del nostro mensile – i lettori di vent’anni fa – il nome di Marina Pizzi non era affatto nuovo: faceva infatti parte del comitato di redazione di POESIA, con interventi importanti già prima di questa pubblicazione.

Marina è di Roma, classe 1955 ed esordisce con Il giornale dell’esule (Crocetti 1986).

Ha pubblicato inoltre Gli angioli patrioti (ivi 1988), Acquerugiole (ivi 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993), La devozione di stare (Anterem 1994), Le arsure (LietoColle 2004), L’acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa 2006), Dallo stesso altrove (La Camera Verde, 2008, selezione), L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Besa, 2011), Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012), La giostra della lingua il suolo d’algebra (Edizioni Smasher, 2012), Cantico di stasi (Genova, Edizioni di Cantarena, 2013, selezione), Segnacoli di mendicità (CFR, 2014), Plettro di compieta (Lietocolle, 2015).

cms_27124/Marina_Pizzi.jpgFa parte del comitato di redazione della rivista “Poesia”. È tra i redattori del litblog collettivo “La poesia e lo spirito” e collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. Pur avendo consultato diversi blog (le note biografiche sono di Nanni Cagnone) potrebbe anche essere passata sottotraccia qualcuna delle sue ultime pubblicazioni: se così fosse ci scusiamo con l’autrice e coi nostri lettori.

Il problema è perché la figura e l’opera di Marina Pizzi sia ancora, sia pure parzialmente, sottotraccia. Ce lo spiega lei stessa in un’intervista curata da Ennio Abate su https://www.poliscritture.it/2015/03/16/intervista-1-a-marina-pizzi/.

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Stimolata da chi o da cosa hai cominciato a scrivere poesie?

ho iniziato a scrivere la mia prima poesia nel 1978 per un obbligo accademico: o la scrivi o ti butto fuori dal seminario perché io non volevo saperne, così il professore di allora. il titolo del componimento fu Rabbia. sono stata toccata da Dante e da Montale. un interesse particolare fu la poesia di Beppe Salvia, mio compagno nella vita con la sua poesia così distante dalla mia. amo René Char e molti altri.

Rivedendo le tue numerose raccolte (e avendo a mente anche gli inediti che suppongo in elaborazione) trovi un filo che le unisce o vedi delle discontinuità?

la mia scrittura si è elaborata nel tempo, le raccolte sono discontinue, oggi molto più fluide ma non logiche: scrivo per disperazione, oggi e ieri ma non all’inizio. in gioventù c’era un po’ di gioia, oggi il buio attivo. ormai chiedo solo di scrivere anche sulle sabbie mobili.

Hai mai scritto delle riflessioni sulla poesia (tua o altrui)? E, basandoti sulla tua esperienza, che idea ti sei fatta della poesia in Italia?

ho scritto qualche rara recensione, interviste, pensieri. il senso oggettivo in Italia è che sia la MAFIA a gestire i risultati pubblici della poesia, le cosche espellono o internano. lo scambio la fa da padrone. vanità di vanità, cattiveria di cattiveria. si può essere bravissimi e non bastare, la manica del Custode è molto rigida. si è debellati anche perché si è soli, io offro soltanto i miei versi, non ho altro e questo non basta.

Che opinione hai dei poeti, dei critici o dei lettori che si sono interessati alla tua poesia?

sul web l’interesse per i miei versi è quasi sempre stato aperto, disponibile, sulla carta stampata poche cose. un’attenzione da parte di Mengaldo, libri di Crocetti, poi il largo della piccola e minima editoria. mi hanno tagliato le gambe anche e non solo per invidia, per oscurità, gusti personali, cattiveria ecc.

Cosa pensi della tua poesia? E degli altri che ne scrivono?

quasi unica sostanza della mia poesia è la morte anche quando il verso appare leggero o gioioso. la poesia come terapia alla depressione non consola, è un fido accanto solitario e fisso. e poi tutti scrivono, non c’è gusto a stare nel pantano o palude senza essere riconosciuti con forza. io non voglio invecchiare, spero di morire oggi, nessuno può aver pietà di me. ho difficoltà relazionali, in più sono ipoudente e il gioco al massacro attende lieto. Eppure la poesia di Marina Pizzi – e lo confermano alcuni commenti su questo blog – è una poesia che si apre in qualche modo alla speranza, nonostante lei affermi “..quasi unica sostanza della mia poesia è la morte…è un filo accanto solitario e fisso”: forse suo malgrado c’è un’attesa. Marina Pizzi rientra a buon titolo nel novero degli autori “difficili”, come Amelia Rosselli, come in parte Antonio Porta, o l’enorme ma poco noto Augusto Blotto, o come altri, alcuni dei quali, per un po’ della loro carriera, hanno “sperimentato”, approdando poi ad altri lidi. Quell’attesa, se c’è, non può essere eterna: la colmino i nostri lettori, che forse non sono pochissimi.

Dio della notte il mio sospiro

Sparuto quanto un indice di nebbia

La crudeltà del sale sfatto palmo

Con il mistero che deride la faccia

Faccenda senza resine di baci.

Il male barricato sulla fronte

Deride l’ossigeno geniale

La gente sugli spalti delle tombe.

Tu dimmi quale rondine corsara

Sapienza di dio non sapere

Perché le baracche da sole spopolano.

Capitomboli di sabbie volerti bene

Dietro la rotta tragica del guado

O di domani la speranza d’essere.

Pagliaccio al grado Generale

Questo fantasma d’anima malarica

Dove intercede il regno del cipresso.

Raffaele Floris

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