RILEGGENDO POESIA – UMBERTO BELLINTANI

Più d’una rete

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cms_24419/poesia.jpgNel 1954 Eugenio Montale scrive: "Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni... spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola." Inediti, La paura che dice, di Umberto Bellintani, apparivano nel n. 106 (maggio 1997).

Bellintani aveva invece tutte le carte in regola per poter essere messo sullo stesso piano di Sereni e Fortini, e forse addirittura di Luzi e di Bertolucci. Leggiamo come Silvio Ramat concludeva il suo articolo. “Il poter leggere, adesso, questi suoi inediti di varia datazione e modulazione, mi sembra un evento di non poco rilievo. È come, oltretutto, un invito a riscoprire, malgrado il dolore o per mezzo del dolore, la profonda salute della poesia; un invito a riscoprirla in un’epoca declinante fra miasmi gratuiti e nel sospetto (nostro) che dietro molte dichiarate, smaniose infermità si svolga più che altro l’artificio della malafede, un teatrino ripugnante.”

cms_24419/Umberto_Bellintani.jpgUmberto Bellintani nasce nel 1914, a Gorgo, in provincia di Mantova. Scuole a Monza (l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche); anni intensi, pieni di sogni, come li definirà lui stesso.

Uno sopra tutti: fare lo scultore. Purtroppo delle opere eseguite da Bellintani in quel tempo è rimasto pochissimo: una scultura denominata Fanciullo è conservata nella raccolta Collezioni Civiche di proprietà del Comune di Monza. 1940: guerra. Richiamo alle armi: Grecia e Albania.

È prigioniero, come tanti altri nostri connazionali, dal 1943 al 1945, nei campi di lavoro di Górlitz e Dachau in Germania, Thorn e Peterdorf nell’attuale Polonia. Alla fine del conflitto abbandona la scultura e si dedica all’insegnamento (si era nel frattempo sposato, nel 1940, probabilmente prima del richiamo alle armi). Il suo esordio poetico avviene nel 1946 quando si colloca al secondo posto ex aequo con Vittorio Sereni al Premio Internazionale "Libera Stampa" (1946-1966) di Lugano e suscita l’interesse da parte della critica più accreditata. Pubblica nove poesie sul Politecnico di Elio Vittorini, due su Paragone di Roberto Longhi, altre su Itinerari. Nel 1953 pubblica la sua prima raccolta di versi (quindi già quarantenne): Forse un viso tra mille, per la Casa Editrice Vallecchi. Nel 1954, agli Incontri fra generazioni, che avevano sostituito il Premio San Pellegrino, ottiene il Premio Minerva Italica. Nel 1955 pubblica Paria, Edizioni della Meridiana, a cura di Vittorio Sereni, prefazione di Giansiro Ferrata. Nel 1962 vince il Premio Cervia e ottiene la medaglia d’oro al Premio LericiPea. Nel 1963 pubblica E tu che m’ascolti, per la Casa Editrice Mondadori, nella collana Lo specchio.

La raccolta comprende anche la ristampa di Paria. Dopo aver raggiunto considerevoli consensi, sparisce dalla scena letteraria e per ben 35 anni non pubblica niente altro. Ma scrive, disegna, intrattiene rapporti e poco prima della morte, avvenuta nel 1999, escono due sue raccolte (1998, per merito di Maurizio Cucchi che lo convincerà a pubblicare): Nella grande pianura, una cinquantina di inediti, riuniti sotto il titolo Un abbaino in piazza Teofilo Folengo, una scelta da Forse un viso tra mille e tutto E tu che mi ascolti, a cura di Maurizio Cucchi, Mondadori Editore; Canto autunnale, quarantacinque componimenti editi e inediti, a cura di Italo Bosetto, per l’Editore Perosini di Verona. Nel 2000 il Comune di San Benedetto Po dedica al suo nome la Biblioteca Pubblica e istituisce il "Premio Bellintani di San Benedetto Po".

Altri eventi si sono svolti a Mantova, sempre dopo il 2000. La personalità di Bellintani era riservata, schiva, solitaria, lontano dalla mondanità e dalle celebrazioni, perfino riluttante, restio alle pubblicazioni. (Maria Grazia Ferraris su https://lapresenzadierato.com/2019/12/07/umberto-bellintani). Nel ’63 decide di non pubblicare più, forse pensava di essere troppo piccolo per quel mondo di professori, di intellettuali che spaziava con autorità nella letteratura italiana coeva. Un campagnolo, un semplice impiegato di provincia. Così scriveva a Don Primo Mazzolari: Caro Don Primo, un po’ del male di vivere mi ha fatto ritardare…La vita sulla terra è, a guardarla senza speranza, infernale – ma ci sono certe giornate di sole! Quel sole, quella bassa mantovana che amava tanto, lenta e piatta tra pioppeti e golene. Forse un habitat, forse una gabbia. Oppure una fucina di poesia.

Più d’una rete

Più d’una rete luceva sulle acque,
stillando al sole; di poi si sommergeva.
Ed era un giubilo d’allodole quando
al pescatore sotto riva lento emerse
il giovinetto da quel fondo, il corpo cereo.
Allora il pianto della madre ruppe in gridi,
e quello muto d’altre donne dilagò
ed era greve. Ma nel cielo
ancora il sole risplendeva e la Riparia
era pur sempre gorgheggiata dalle rondini.

Raffaele Floris

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