RILEGGENDO POESIA –MARGHERITA GUIDACCI

All’ipotetico lettore

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cms_27459/2_1662780294.jpgMaura Del Serra, nel maggio 2003 (n. 172) scriveva un lungo articolo su Margherita Guidacci (1921-1992, quindi l’autrice era già scomparsa da un decennio) e ne evidenziava “in ideale compresenza con tale pensiero dominante (della morte: del 1931 è la morte del padre, una ferita mai del tutto rimarginata, NdA) – buio gorgo e centro immobile di un fascinoso tremendum da redimere incessantemente, restituendolo alla vita tramite l’incantesimo dei versi – si situa la precocissima e altrettanto centrale esperienza epifanica, dal sapore di intermittenza proustiana per la percezione del flusso ciclico e inglobante nel Tempo, nei suoi anelli spiralici, e per la presenza rispecchiante della nonna.”

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L’articolo alternava riflessioni densissime (che non riteniamo opportuno riassumere per non destrutturarle) a note biografiche – quanto mai opportune a nostro parere – che, queste sì, possiamo provare a riassumere. Il link che suggeriamo ai nostri lettori è https://www.elle.com/it/magazine/storie-di-donne/a27356789/margherita-guidacci-poesie/), che ne presenta forse il ritratto più completo. Figlia unica, trascorse un’infanzia e un’adolescenza solitarie, a contatto con un mondo di adulti e di anziani senza stabilire relazioni amichevoli con i coetanei, dedicandosi soprattutto allo studio e alla lettura. Erano per lei occasione di distrazione i soggiorni estivi a Scarperia, paese d’origine dei genitori, dove maturò quel rapporto con la natura che sarebbe diventato motivo ricorrente nella sua poesia. A Firenze frequentò la scuola elementare e il ginnasio inferiore, quindi, nel 1934, il liceo Michelangelo. Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di lettere e scoprì la letteratura contemporanea attraverso l’insegnamento di G. De Robertis, con il quale si laureò, nel 1943, discutendo una tesi - ritenuta audace e ottenuta dopo molte insistenze - sulla poesia di G. Ungaretti. (1943, sic!) In questa circostanza, per andare alle radici della formazione ungarettiana, aveva approfondito la letteratura francese, in particolare l’opera di S. Mallarmé e di P. Valéry. Nella Firenze degli anni Quaranta, interessandosi di poesia, la G. si trovò inevitabilmente a confrontarsi con l’ermetismo ma, dopo poche prove nella linea di tale poetica, si accorse che non le era congeniale, sentendo il bisogno di esprimersi in un linguaggio magari "impuro", ma denso di pensiero e più concreto.

cms_27459/4.jpgLa religiosità del suo spirito, alimentata dal clima familiare e dalla lettura dei testi sacri, la coscienza del mistero insito nella vita e nella morte, che non trova risposte se non nella fede, la avvicinarono a scrittori quali Emily Dickinson e T.S. Eliot, traducendo anche E. Hemingway, W. Blake, Hilda Doolittle e L.W. Shenfield. Nel 1946 uscì a Firenze, presso Vallecchi, la sua prima raccolta di poesie: La sabbia e l’angelo; la G. aveva trovato in N. Lisi, cugino della madre, colui che l’aveva incoraggiata nel suo lavoro e l’aveva presentata all’editore. Secondo un’affermazione della stessa G. la necessità di scrivere si era manifestata in lei come alternativa al dolore e alla morte con cui la guerra l’aveva messa a confronto. E, a proposito di questo libro d’esordio, la G. confessò poi, confermando la sua incompatibilità con l’ermetismo: "Avevo capito […] che i miei interessi erano soprattutto di contenuto; che le parole per me valevano per il loro senso ordinario e corrente, di scambio, […] e che la mia ricerca […] avrebbe dovuto svolgersi in un accostamento drammatico di significati, anziché in un accostamento magico di suoni". Fu anche insegnante di latino e d’inglese, oltre che traduttrice; sposò il sociologo Luca Pinna, dal quale ebbe tre figli, ma quando il matrimonio entrò in crisi, fu motivo di grave sofferenza psichica. Negli anni ’70 si dedicò all’insegnamento universitario, negli anni ’80 L’orologio di Bologna e La Via Crucis dell’umanità nacquero dal cordoglio per le vittime innocenti della strage di Bologna (2/8/1980) e per quelle di ogni epoca. (per l’opera omnia consigliamo Treccani o Wikipedia) Negli anni ’90 fu colpita da ictus: morì pochi anni dopo. Nessuna pubblica autorità fu fisicamente o simbolicamente presente al sobrio funerale nella chiesa di Scarperia. Ma d’altronde era il 1992, Tangentopoli era alle porte: i pubblici amministratori avevano altro da fare.

All’ipotetico lettore

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Raffaele Floris

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