RIVOLTA A CUBA, PARTE LA REPRESSIONE

Il regime, in grave crisi, sta arrestando centinaia di persone. Intanto si registrano le prime vittime

1626285906Copertina.jpg

La pandemia di Coronavirus, lo sappiamo bene, ha messo in crisi praticamente qualsiasi Paese del Mondo. È tuttavia peculiare il fatto che, a differenza di molte altre grandi crisi della storia, essa non sembra - almeno non nel breve periodo - aver favorito le dittature rispetto alle democrazie. Soprattutto, moltissime dittature o semi-dittature già esistenti hanno visto i propri governati ribellarsi: l’ultima in ordine di tempo è Cuba, una delle ultime roccaforti del cosiddetto “socialismo reale” nel Mondo. Qui, il Covid ha causato una gigantesca contrazione del turismo, sul quale Cuba puntava fortissimo per il proprio sostentamento, oltre ad una crisi degli approvvigionamenti di beni di consumo, che, uniti alla mancanza di libertà individuale, sembrerebbero aver fatto traboccare il vaso, complice, forse, anche la morte di Fidel Castro e la successiva abdicazione del fratello Raul in favore del tecnocrate Miguel Diaz-Canel. La rivoluzione comunista cubana non ha più quelli che, al di là dei giudizi di merito, erano i suoi simboli e leader. Tradotto in una più breve e semplice espressione: non esiste più. Dunque, una popolazione che già in gran parte era insofferente verso la dittatura, non ha più alcun motivo di tollerarla ad oltranza.

cms_22515/Foto_1.jpeg

Da tutti questi fattori trae origine la più grande rivolta di cui il Paese abbia memoria dall’avvento del comunismo in poi, insieme alla relativa repressione, che si fa più feroce man mano che le proteste si rivelano determinate e persistenti. Un uomo di 36 anni è morto ieri alla periferia dell’Avana, ha riferito il ministero degli interni cubano. Si tratta della prima vittima tra i manifestanti, ma è purtroppo chiaro che ne seguiranno altre, anche perché si tratta di storia già vista più e più volte altrove. Decine gli arresti di attivisti politici e giornalisti, tra cui una reporter del quotidiano spagnolo Abc. A questi si aggiungono, ovviamente, le centinaia di manette scattate tra i manifestanti. Un pugno duro che ha spinto anche Bruxelles a definire "inaccettabile" la risposta del regime alle manifestazioni, tramite l’Alto Rappresentante Josep Borrell: "Siamo al corrente degli arresti avvenuti a Cuba di attivisti politici e anche di giornalisti e siamo molto preoccupati, è un fatto assolutamente inaccettabile". "Chiediamo alle autorità cubane di rilasciare immediatamente tutti i detenuti per convinzioni politiche, - ha aggiunto - il loro posto non è in prigione ma nel discorso pubblico".

cms_22515/Foto_2.jpg

C’è, poi, la narrazione del regime, che incolpa gli Stati Uniti di essere fomentatori delle rivolte in corso, anche a causa della rigidità americana sull’annosa questione dell’embargo. Quest’ultimo è oggettivamente un macigno per Cuba, ma non sarebbe corretto indicarlo come unica causa dei mali dell’economia e della politica del Paese, entrambe profondamente imperniate sulle ben note ideologie comuniste, che ovunque hanno portato al fallimento.

Da parte statunitense, Joe Biden ha mantenuto finora una posizione molto bilanciata, in quanto, pur schierandosi ufficialmente dalla parte dei manifestanti, non ha implementato alcun tipo di misura particolare. Il Presidente americano ha dichiarato: "Gli Usa stanno saldamente con il popolo cubano mentre fa valere i suoi diritti universali. Chiediamo al governo cubano di astenersi dalla violenza nel suo tentativo di silenziare le voci del popolo di Cuba che chiede libertà da un regime autoritario". È comunque evidente che, di fronte alla violenza della repressione cubana sul proprio popolo, i tentativi di dialogo instaurati da Obama, e poi troncati da Trump, difficilmente potranno riprendere.

La Cina, invece, dichiara, tramite il portavoce del ministero degli Esteri, il proprio sostegno a Cuba e sollecita gli Stati Uniti a revocare l’embargo, che secondo Pechino sarebbe “la causa principale della carenza di medicinali e di energia a Cuba". Nonostante questa prevedibile presa di posizione, appare improbabile che la Cina abbia intenzione di agire in maniera sostanziale su un Paese così vicino agli Stati Uniti. La strada di un appoggio esterno sembra dunque la più percorribile per Pechino.

Giulio Negri

Tags:

Commenti per questo articolo

[*COMMENTI*]

<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


News by ADNkronos


Salute by ADNkronos