Ragazzi senza rete

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cms_21825/1v.jpgUn giorno tutto questo finirà. La pandemia sarà un ricordo e penseremo ad essa come a un momento triste delle nostre vite, ma perlomeno consapevoli di esserne stati gli attori e di aver fatto la storia. Raggruppare in categorie i giovani è stato sempre un esercizio giornalistico e letterario di adulti confortati da vite comode e scevre da preoccupazioni contingenti. Che oggi gli adolescenti risultino anche più depressi (oltre che superficiali, irresponsabili) è un’ulteriore aggiunta a uno stato di cose e sentimenti causato non solo dalla triste esperienza pandemica ma anche, ancora una volta, da comportamenti errati da parte degli adulti. Anche senza l’emergenza sanitaria, i giovani sono sottoposti a tali e tante pressioni cosicché l’ansia è divenuta una vera e propria emergenza per i governi delle democrazie occidentali.

cms_21825/2v.jpgVi sono poi tendenze e patologie spesso derubricate come giovanili e dunque, erroneamente, considerate passeggere come depressione, disturbi bipolari e ossessivo- compulsivi. Ad aggravare il quadro si aggiungono i social, il cui uso è implementato a dismisura proprio durante il periodo peggiore dell’ultimo anno e mezzo. Rincorrere gli altri, cercando di starne al passo, creare contenuti la cui durata ha date di scadenza sempre più ravvicinate, subire e confrontarsi con immagini che narrano vite perfette, fa crescere negli adolescenti un senso di angosciante inadeguatezza. Rimane tuttavia vero che molte piattaforme, da Facebook a Instgram, da Zoom a Meet , hanno avuto il pregio di mantenere la connessione tra amici, ma è anche vero che alla lunga il rintanarsi dietro uno schermo non è stata più una scelta volontaria e di svago ma una necessità contingente che alla lunga ha portato a un senso di nausea da connessione. Il Covid ha lentamente eroso la rete di protezione delle amicizie su cui si fonda la crescita dei giovani, ma ha anche lasciato un senso di crescente disaffezione anche verso un’altra rete, quella internet.

cms_21825/3v.jpgNon sono sporadici i casi di adolescenti, ma anche adulti, stanchi di ore e ore passate per necessità oggettive davanti a schermi di ogni dispositivo, che hanno deciso di staccare la spina e dedicarsi ad altro che non fosse una connessione. La comunicazione digitale in epoca di pandemia accolta con entusiasmi e moti di approvazione, adesso ha lasciato il posto a riflessioni ansiogene, a quella che Frank Furedi ha descritto come “narrazione della disperazione”, ovvero la perdita della capacità di correre dei rischi e di fare delle scelte mirate alle opportunità che la vita può offrire. Senza l’intervento di un deus ex machina, oggi rappresentato dalla scienza e dalla tecnologia, l’essere umano sembra essere privo e carente della fiducia necessaria di governare il proprio destino. La bulimica presenza di connessioni aperte h24 nelle nostre vite ha forse aperto gli occhi di individui a cui è mancata per molto tempo la nostalgica materialità della dimensione fisica. È auspicabile allora che i giovani maturino un’agorafobia mediatica e digitale disintossicante e sperimentino, dopo un lungo inverno di clausura, un linguaggio e azioni consapevoli con cui decifrare e ripensare un Paese ferito.

Andrea Alessandrino

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