Riconoscimento della Cina come economia di mercato

Rischio di aggravare la crisi nell’Eurozona

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La settimana prossima il Parlamento europeo sarà nuovamente riunito in Sessione plenaria a Strasburgo. Tra i vari punti all’ordine del giorno che impegneranno i Deputati europei nella quattro giorni di lavori mensilmente prevista nel capoluogo alsaziano, vi è uno, quello concernente il riconoscimento della Cina come economia di mercato, che è di stringente attualità e può avere ripercussioni economiche drammatiche per il nostro continente e per l’Italia in particolare.

cms_3345/foto_2_.jpgLa vicenda trova la sua origine all’inizio degli anni 2000, quando la Cina fu ammessa all’Organizzazione Mondiale del Commercio, spinti dall’interesse di coinvolgere l’economia cinese in un contesto regolamentato pur non riconoscendone le caratteristiche di una vera economia di mercato. L’Organizzazione aveva stabilito allora un periodo di 15 anni affinché la Repubblica Popolare Cinese, riconosciuta come “economia in transizione”, attuasse una serie di riforme di apertura della propria economia al modello della libera concorrenza. In virtù di tale accordo, la Cina, che reputa aver compiuto sostanziali sforzi per liberare la propria economia dal retaggio di economia di Stato, chiede di acquisire automaticamente lo status di economia di mercato.

cms_3345/foto_3_.jpgMa non tutti sono d’accordo: alcuni Paesi – Stati Uniti in testa – si oppongono al riconoscimento “automatico” sostenendo che i criteri per misurare il rispetto dei parametri di economia di mercato stabiliti in sede WTO non sono rispettati. Il motivo è semplice: in assenza del riconoscimento è più facile imporre dazi sui prezzi dei prodotti cinesi a basso costo per proteggere le merci dei Paesi minacciati dalla concorrenza sleale cinese. Nell’Unione Europea (uno dei tre principali attori insieme ad USA e Cina nell’ambito della regolamentazione dei rapporti commerciali in sede WTO), il Regno Unito e la Germania sono favorevoli alla concessione, mentre l’Italia è contraria visto che, da quando la Cina è entrata nella WTO le sofferenze della nostra economia, e di altri Paesi manifatturieri, sarebbero attribuibili – secondo alcuni osservatori – anche alla concorrenza sleale cinese.

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Alcuni soggetti, tra cui gli Stati Uniti, mettono in guardia i mercati europei dal rischio di vedersi inondati di merci cinesi a basso costo una volta che il Dragone avrà ottenuto lo status di economia di mercato. Sempre secondo gli Stati Uniti, Pechino avrebbe l’onere di provare il suo status di economia di mercato e non di economia mercantilista sussidiata dallo Stato. In particolare, nei Paesi designati come “economie di mercato” sono le singole imprese a sostenere i costi di investimento e di produzione, mentre nelle economie di transizione i costi e la formazione dei prezzi sono influenzati dai sussidi statali.

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In Europa sono le imprese e le associazioni industriali come l’Aegis Europe a lanciare l’allarme. Secondo una ricerca dell’Economic Policy Institute il riconoscimento dello stato di economia di mercato alla Cina comporterebbe la perdita di 3,8 milioni di posti di lavoro ed una riduzione del PIL dell’UE del 2%. Forti timori arrivano anche dall’industria siderurgica italiana, già caratterizzata da una sovracapacità produttiva a livello internazionale e dai settori tessile e della ceramica, particolarmente vulnerabili.

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Personalmente ritengo che il riconoscimento dello stato di economia di mercato alla Cina, senza il compimento delle necessarie riforme, rischi di aggravare la crisi che stiamo vivendo. Il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina deve assolutamente restare subordinato alla verifica e alla prova della sussistenza dei requisiti previsti dall’UE per evitare scelte avventate che possano impattare in maniera irreparabile, sulla vita delle nostre imprese e dei nostri cittadini. L’auspicio è che il dibattito che avrà luogo a Strasburgo possa spingere la Commissione verso questa direzione onde evitare di acutizzare una crisi economica le cui conseguenze sono purtroppo drammaticamente evidenti.

Ivan Forte

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